La Nuova Sardegna

Una raffinata commedia col respiro della favola

di Fabio Canessa

All’Auditorium di Sassari la prima de “La stoffa dei sogni” di Gianfranco Cabiddu Film girato all’Asinara con una riflessione che abbraccia tutta la Sardegna

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SASSARI. A una settimana esatta dal debutto nelle sale, si può dire: Gianfranco Cabiddu ha vinto la sua scommessa. “La stoffa dei sogni”, oltre a entusiasmare gran parte della critica nazionale, sta ottenendo buoni risultati al botteghino. Ottimi considerando la media per copia. Peccato, bisogna dirlo, non moltissime. Con maggiore coraggio e lungimiranza dal punto di vista distributivo si sarebbe potuto forse puntare su una programmazione più capillare lungo tutta la Penisola.

Ma certi film possono e meritano di avere vita più lunga, senza finire per essere fagocitati dopo pochi giorni dalle nuove uscite. E richieste degli esercenti saranno sicuramente arrivate, e arriveranno, dopo la buona accoglienza di questa settimana non soltanto nelle sale in Sardegna: Cagliari (Odissea), Nuoro (Multiplex Prato), Oristano (Ariston), Santa Giusta (Movies), Sassari (Auditorium). Piace dunque “La stoffa dei sogni”. Trasversalmente. Le trame e i fili del destino intrecciati dal sarto-regista Cabiddu avvolgono lo spettatore in un modello di commedia lontano da quello dominante oggi nel cinema italiano e non solo.

Il risultato è un film garbato, felicemente démodé, popolare ma anche colto con quei riferimenti alti ai quali guarda: Eduardo De Filippo e William Shakespeare. La struttura del lungometraggio prodotto per Paco Cinematografica da Isabella Cocuzza e Arturo Paglia, e sostenuto dalla Sardegna Film Commission, mescola infatti “L’arte della commedia” del drammaturgo napoletano e la sua traduzione dell’opera del Bardo “La tempesta”. Punti di partenza sui quali il regista sardo costruisce una partitura originale, una sceneggiatura (con il contributo di Ugo Chiti e Salvatore De Mola) apparentemente semplice ma a ben vedere assemblata su vari strati. Sia per quanto riguarda le linee narrative sia per il sottotesto dal quale emergono diversi elementi contenutistici, anche a livello politico. In particolare con la figura del pastore Antioco (quel Fiorenzo Mattu già scelto per la forza del suo volto in “Su Re” da Giovanni Columbu) Gianfranco Cabiddu porta sullo schermo un’evidente riflessione sulla lingua e la colonizzazione che abbraccia tutta la Sardegna, non soltanto l’Asinara dove si svolge l’intera vicenda.

Ma al di là delle osservazioni che invitano a fare certi dettagli, “La stoffa dei sogni” regala soprattutto il piacere di un racconto che ha anche il respiro della favola, della visione di una raffinata commedia degli equivoci che vuole farsi veicolo di racconto di temi universali come la colpa e il perdono, il riscatto e la comprensione.

E l’amore ovviamente, con una storia che richiama le grandi relazioni impossibili della tradizione classica. Quella tra Miranda (figlia del direttore del carcere) e Ferdinando (figlio di un boss criminale) che si sviluppa a lato della storia principale con protagonista una modesta compagnia di teatranti, guidata dal capocomico Oreste Campese, che naufraga su un’isola-carcere e si ritrova costretta a dover coprire alcuni camorristi decisi a evitare la prigione fingendosi anche loro degli attori. E a proposito di attori, non si può non parlare del cast. Di valore e ben assemblato. Sergio Rubini (il capo della compagnia teatrale) ed Ennio Fantastichini (il direttore del carcere) sono i protagonisti principali, ma non così accentratori da mettere in ombra le altre interpretazioni in un film dove si fanno notare in particolare anche un maestro della scena come Renato Carpentieri e Teresa Saponangelo. La regia di Cabiddu è elegante nella sua semplicità. Non cerca virtuosismi, poggia su una sceneggiatura che inneggia alla forza della parola, con dialoghi profondi alternati ad altri che strappano il sorriso in un film con dentro il teatro nel teatro, ma sempre puramente cinematografico. Che non diventa teatro filmato. Grazie anche a uno sguardo che non dimentica il paesaggio senza far diventare l’Asinara una semplice cartolina, ma elevandola a co-protagonista.

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