La Nuova Sardegna

«La scuola e il mondo salvati dai bambini»

Inchiesta di Benedetta Tobagi nelle aule della penisola La giornalista da oggi in Sardegna per parlare del suo libro

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di Daniela Paba

CAGLIARI

Della scuola si sa poco o niente. “La scuola salvata dai bambini” – l’ultimo saggio di Benedetta Tobagi edito da Rizzoli– rende omaggio alla forza utopica che i ragazzini incarnano per il futuro di tutti. Durante il tour di presentazioni che inizia oggi alle 18, alla Fondazione Banco di Sardegna di Cagliari, prosegue il 10 al De Castro di Oristano e domenica a Perdasdefogu, la giornalista racconta riflessioni ed emozioni raccolte nell’inchiesta su scuole ad alta densità di alunni stranieri.

Un viaggio in Italia che parte da Amatrice per risalire tra Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli e quindi giù di nuovo fino a Palermo. E un tema, la scuola, che i media «raccontano poco e male perché – spiega la giornalista – incompatibili: i giornali hanno bisogno dei titoli e una realtà complessa come la scuola rimane schiacciata in una rappresentazione manichea: o casi che fanno scalpore o esperienze da libro Cuore». Benedetta Tobagi offre invece «uno sguardo ai settori dimenticati della società» mette in dialogo esperienze lontanissime tra loro creando ponti.

Nel libro l’arrivo di bambini stranieri diventa la sfida che salva le scuole dalla sclerosi e le rende più ricche?

«Questa è la cosa più importante che ho imparato. Le scuole dove si è cercato di elaborare una didattica interculturale si trovano potenziate: più ricche nei contenuti, perché i bambini portano nella vita una ricchezza di lingue, di culture, di punti di vista che vanno a fondo comune; ma anche potenziate nella didattica, perché molte insegnanti hanno dovuto mettere in discussione il proprio modo di insegnare per soddisfare il diritto allo studio di questa nuova utenza. E questo non viene detto mai».

Allo stesso modo gli alunni stranieri evidenziano i limiti del sistema scolastico...

«È vero anche per la società. Le crisi mettono a nudo le difficoltà del sistema. Quando il diverso lo trovi a scuola, sul pianerottolo, per strada, ti trovi a vivere il logoramento della conflittualità quotidiana che nasce da una diversità di vedute. Nella scuola il primo che resta zitto, che non capisce una parola mette alla prova l’insegnante. Il rapporto col genitore mussulmano che non vuole che la bimba metta il costume per andare in piscina chiama i dirigenti e gli insegnanti a trovare un ponte di comunicazione con le famiglie, per cui i valori non sono più una cosa astratta. Bisogna cercare soluzioni praticabili. Fa effetto vedere le guerre tra poveri per cui soggetti fragili hanno pregiudizi verso soggetti ancora più fragili. Il meridione è stato particolarmente interessante a cominciare dal preside napoletano che dice: “Gli stranieri? Che problema c’è? Ci migliorano la specie”. In una battuta evidenzia tutta la ricchezza che possono rappresentare i bambini non italiani che spesso sono più bravi e fanno da tutor a chi viene da situazioni sociali difficilissime. Gli stranieri impongono il tema di come contrastare la dispersione e la funzione che ha scuola di baluardo nell’applicazone dell’articolo 3 della Costituzione. Contrastare la dispersione vuol dire porsi il problema di ridurre differenze di partenza che si fanno sempre più abissali. Anche l’ultimo rapporto di “Save the children” ci dice che il tema della divaricazione tra ricchi e poveri si fa sempre più serio. Per quest’indagine sono partita dalle scuole ad alta densità di migranti e ho incontrato la povertà, quella vera».

La scuola svolge anche un lavoro di contenimento, i ragazzi difficili sono come “bicchieri troppo pieni” ... «Quando ho capito che l’educazione permettere ai bicchieri troppo pieni di svuotarsi guidare le frustrazioni e capire i propri talenti, lì mi è apparsa l’importanza strategica della scuola nella società. In Italia i disinvestimenti sono un suicidio perché il lavoro fatto a scuola crea le premesse per cui un bambino diventi un adulto più sereno, con un migliore equilibrio. La paura, la rabbia, la xenofobia, sono emozioni che invadono la politica e portano esiti preoccupanti».

Anche solo per puro calcolo economico la dispersione crea emergenza sociale?

«La politica oggi costringe a ragionare in termini biecamente pratici e utilitaristici. Per chi non condivide i valori e principi dell’inclusione c’è un dato meramente economico: ogni ragazzo che la scuola perde finisce per strada con esiti molto più costosi da contenere. E la situazione è peggiore di quanto mi aspettassi: la scuola non si è mai veramente ripresa dagli 8 miliardi di tagli della Gelmini. I fondi per le aree a rischio dispersione e con forte processo migratorio sono crollati dai 53 milioni del 2011 ai 18 milioni del 2015, in un lasso di tempo in cui il numero di alunni non italiani è aumentato del 20% e soprattutto si è aggravata la crisi economica delle aree a rischio. Da questo punto di vista ho riscontrato una grossa distanza tra i documenti ministeriali e i fatti».

Si lavora sull’emergenza ma c’è bisogno di normalità: bravi insegnanti in classe ogni giorno, aggiornati e motivati. Rinforzare la normalità è un tema comune?

«Un dirigente scolastico intelligente fa la differenza perché crea squadra, ha la visione di come deve essere la scuola nel territorio e organizza la formazione. E mi sono resa conto di quanto pesi la mancanza di riconoscimento economico e sociale degli insegnanti, perché il lavoro è molto usurante e dopo un po’ le persone non ce la fanno più».

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