Una piccola donna d’acciaio signora del paese delle lettere
A Nuoro due giornate di studio dedicate alla narratrice per il 90° del Nobel Dalla Barbagia a Roma sapiente strategia per costruire amicizie e alleanze utili
LUCIANO MARROCU. Quando nel febbraio 1900 arriva con suo marito a Roma, Grazia Deledda ha poco meno di trent’anni. Si potrebbe dire che è ben avviata lungo la strada del successo letterario, se non fosse che non è ancora chiaro cosa voglia dire, al momento, in Italia, successo per una scrittrice. Carolina Invernizio, per fare l’esempio più noto, ha un grande successo di pubblico ma non avrà mai in vita una reale attenzione da parte di studiosi e critici. Attenzione che le verrà dopo la morte, ma solo come «l’onesta gallina» di cui parla Gramsci e dunque come un caso che interessa più la sociologia che la storia letteraria.
Quanto a Grazia Deledda, che pure nelle sue prove d’esordio ha toccato temi vicini a quelli del romanzo d’appendice, percorre la sua strada in un ambito che sarebbe restrittivo classificare univocamente «letteratura popolare». L’ansia, soprattutto all’inizio, di trovare costi quel che costi editori che consentano ai suoi libri una buona diffusione convive con elevate aspirazioni artistiche. Guarda alla «gloria» ma, contemporaneamente, a qualcosa di ancora più alto e più difficile da raggiungere, «l’arte». Ne scrive, in modo studiatamente sommesso, ad Angelo De Gubernatis, che quasi da subito ha scelto come guida: «Credo di avere qualche percezione di arte e sono molto coraggiosa nella via che, per intima vocazione, senza studi, senza mai essere uscita dal mio nido selvaggio, ho intrapreso». De Gubernatis non è una guida qualsiasi, è un letterato influente e dirige una rivista, «Natura ed Arte», che si può senza difficoltà collocare tra le più impegnate.
A Nuoro, a partire dal suo esordio nel 1888, Grazia Deledda riuscirà nell’impresa di diventare una scrittrice a pieno titolo, stabilendo dalla sua città i rapporti necessari a trovare un suo spazio nel mondo letterario. Il fiume di lettere che tra il 1888 e il 1900 parte da Nuoro la mostra coinvolta in sfibranti amori epistolari ma impegnata anche a far propri tutti gli stimoli e le suggestioni che le vengono dai suoi interlocutori: non sardi i più noti ma anche sardi. La giovane Grazia ha, tra i suoi talenti, quello di saper individuare, e poi attrarre a sé, buone compagnie, anche e soprattutto letterarie. Se la Sardegna è, come ha scritto Giovanna Cerina, «l’ambiente che la fa esistere», questo avviene grazie ai rapporti con quasi tutti i più significativi letterati sardi dell’ultimo Ottocento, a cominciare dai nuoresi Sebastiano Satta e Antonio Ballero, continuando poi con Antonio Scano, Salvator Ruju e Luigi Falchi. Arrivata a Roma, questi rapporti verranno mantenuti, arricchendosi della frequentazione del gruppo di giovani pittori, tra loro Giuseppe Biasi, che nei primi decenni del Novecento daranno consistenza a un’arte «sarda» dai tratti riconoscibili.
Quando arriva a Roma, Grazia Deledda è dunque, per molti versi, una scrittrice già fatta, anche se i grandi successi verranno da lì a poco. Nel corso del suo primo anno romano, esce a puntate su «La Nuova Antologia» Elias Portolu. A questo punto, non solo la Deledda ha trovato la sua voce ma le si sono anche aperte le porte della rivista che sarà a lungo la sua casa letteraria. La redazione della «Nuova Antologia» di via del Corso è probabilmente l’indirizzo romano più menzionato nelle lettere della Deledda. Sgombriamo il campo da uno dei più abusati luoghi comuni sul suo stile di vita a Roma. Non è vero che si muova raramente e si muova soprattutto per qualche gita fuori porta. Le gite fuori porta non mancano – al Ponte Nomentano, alla Montagnola, ai Castelli – ma sono ugualmente frequenti, in particolare nei primi anni, le uscite serali, musicali, molto spesso, ma anche letterarie: conferenze, presentazioni di libri e visite anche improvvisate alla redazione della «Nuova Antologia».
Su quella redazione gravitano, nel senso che la frequentano o comunque vi pubblicano i loro testi, alcuni tra i più importanti scrittori dei primi due decenni del Novecento. Nel 1904, Pirandello affida alla rivista Il fu Mattia Pascal. È nel giro della «Nuova Antologia» che Pirandello ha occasione di incontrare Grazia Deledda e Palmiro Madesani. Della coppia disegnerà un ritratto considerato impietoso in un romanzo pubblicato nel 1911, Suo marito, dove Palmiro Madesani è Giustino Boggiolo e Grazia, Sivia Roncella. Chi esce decisamente male dalla parodia di Pirandello è in realtà Madesani-Boggiolo mentre il personaggio Silvia Roncella, una scrittrice istintiva, con il fascino del primitivo e che al primitivo deve il suo mondo poetico, è in fondo guardata con rispetto da Pirandello.
Sono numerose, prima e dopo la guerra, le testimonianze che presentano Grazia Deledda come una figura tutt’altro che eccentrica o marginale della società letteraria romana. Sarà un gruppo di letterati romani, dopo il Nobel, a tributarle il festeggiamento più gradito, organizzando una piccola serata in suo onore. Tra i diversi discorsi celebrativi, le piace molto quello che pronuncia Antonio Baldini, che curerà dopo la sua morte l’edizione di Cosima. Lo sappiamo: è stata lei stessa, con alcune incaute interviste, a cucirsi addosso l’abito della moglie e madre perfetta, ma a tutto c’è un limite. Così, sentendo Baldini smontare pezzo per pezzo il cliché che la vuole sposa impareggiabile, tenera madre, vigile custode del focolare domestico, grand prix femminilità italica, Grazia quasi si alzerebbe dalla sedia ad applaudire.Se non lo fa è perché una donna barbaricina non si alza in pubblico ad applaudire se stessa.
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