“Andrea Chenier” chiusura tra luci e ombre
Cast all’altezza per l’opera che ha concluso la stagione lirica sassarese, ma delude il tenore cileno Giancarlo Monsalve
SASSARI. La stagione lirica 2016 del De Carolis si è conclusa al Comunale con un titolo assai noto, risalente al cosiddetto periodo verista del melodramma italiano: “Andrea Chénier” di Umberto Giordano. Il dramma, fin dalla prima rappresentazione alla Scala (1896), rimane un titolo di riferimento nei cartelloni d’opera, per lo spiccato senso teatrale e musicale che si esprime attraverso una costante tensione drammatica e una felice invenzione melodica. Si trattava di una nuova produzione basata sull’impianto scenico ideato da Marco Spada e Fulvia Donatone; Spada ha firmato anche la regia dell’opera, mentre la direzione è stata affidata a Marcello Mottadelli.
Il libretto, di Luigi Illica, non sempre coerente e appesantito in talune parti da qualche lungaggine, presenta – come tanti altri libretti ottocenteschi – una doppia direttrice drammatica: quella pubblica, politica, che in questo caso non rappresenta però un semplice sfondo della vicenda, e quella privata, con la quale dialetticamente interagisce, rappresentata dalle storie personali dei protagonisti – Maddalena, Chénier e Gérard – che diventano agnelli sacrificali di un ineluttabile destino storico. A Spada va riconosciuto il merito di aver adottato una chiave di lettura controcorrente che, rispettando una volta tanto l’ambientazione temporale prevista dal libretto, accentua la componente corale rispetto alle vicende personali dei protagonisti. Per il resto tutto appare povero di idee e abbastanza scontato, compresi i vistosi simboli che dominano i vari quadri: la ghigliottina, il grande coltello insanguinato, la bandiera francese. Molto belli e originali i costumi firmati da Alessandro Ciammarughi. La coesione tra palcoscenico e orchestra, di vitale importanza in una partitura ricca e movimentata, si è giovata del lavoro preciso e diligente di Mottadelli che, nonostante qualche inopportuno clangore sonoro, ha assecondato le linee del canto senza per questo mortificare il pregevole tessuto strumentale che sottende e sostiene gli eventi scenici. Nei ruoli principali si sono distinti Vittorio Vitelli, un Gérard inappuntabile nell’impianto vocale e assai persuasivo nella presenza scenica, e Virginia Tola (Maddalena), che dopo un avvio un po’ trepidante ha sfoderato numeri di alta scuola nella grande aria del terzo quadro, oltre a un “filato” prodigioso durante l’incontro con Chénier (“Proteggermi volete?”). Un discorso del tutto diverso va fatto invece per il personaggio del titolo: la prova del tenore cileno Giancarlo Monsalve è stata a dir poco imbarazzante, da “Un dì all’azzurro spazio” sino all’atteso “Come un bel dì di maggio”.
Niente può essere salvato di una prova disastrosa: il canto di Monsalve è infatti un’alternanza di suoni ora nasali ora ingolati, a volte stonati e comunque sempre disomogenei nei vari registri, tendenzialmente improntati a quella che il compianto Rodolfo Celletti ha definito “la scuola del muggito”. Nei ruoli collaterali meritano una menzione Gianluca Lentini e Manuel Pierattelli, ma va detto che l’intero cast - con la sfortunata eccezione di Monsalve - è stato all’altezza del notevole impegno che questa partitura richiede. L’orchestra del De Carolis si è rivelata inoltre uno strumento duttile e funzionale in tutti i settori e anche il Coro istruito da Antonio Costa, puntuale e perfettamente intonato, ha palesato incisività negli attacchi e buon controllo delle dinamiche.
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