La Nuova Sardegna

«Una grave crisi di sistema Rischio ormai altissimo»

di Giacomo Mameli
«Una grave crisi di sistema Rischio ormai altissimo»

Domani pomeriggio a Cagliari il filosofo sarà tra gli ospiti del festival “Lei” Ai tempi di Donald Trump, lectio magistralis sul tema della libertà e dei suoi limiti

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CAGLIARI. Parlerà sicuramente dell'oggi, dell'Italia post referendum-Renxit, degli States affidati al miliardario Donald Trump, della Francia che flirta con Marine Le Pen e così via citando fatti e personaggi della cronaca. In effetti la lectio magistralis di Remo Bodei (domani alle 19 a Cagliari, al festival Lei - Letteratura emozioni, intelligenza- all'Auditorium di piazzetta Dettori) ha per titolo “La libertà: natura e limiti”. Ma il professore, sbarcato a Pisa da Los Angeles dove insegna all'università della California, oltre che filosofo di prima fila internazionale è anche politologo, sociologo, cittadino. Ex cathedra al telefono, dalla sua casa sul LungArno, ammette che anche “la funzione degli intellettuali oggi è perduta, svanita. Avevano un peso fino ai tempi di Palmiro Togliatti per fermarci all'Italia, erano loro a dettare la linea, oggi non più. Se c'è la frattura tra governanti e governati, c'è anche quella fra studiosi e cittadini. L'ultimo colpo lo hanno dato le previsioni del voto americano: sbaragliate tutte le previsioni dei principali quotidiani, i quartieri popolari di New York hanno battuto Wall Street, l'America profonda, per anni senza voce, ha detto no alla Dinasty dei Clinton e si è affidata al pericoloso, inquietante populismo di uno degli uomini più ricchi del mondo”.

C'è un motivo che accomuna le scelte degli elettori mediterranei e di OltreAtlantico?

«Una soprattutto: non c'è più fiducia in chi comanda, chiunque esso sia, di qualunque schieramento faccia parte. La gente, scottata dalla crisi economica, delusa dalle promesse non mantenute, vuole un cambiamento. Si sono convinti che la toppa è peggiore del buco, se poi la toppa non regge si ricambia, ma basta con i fideismi. L'idea del leader che ti guida, l'idea dell'uomo liberatore non c'è più».

Nel suo libro de Il Mulino “Scomposizioni”, aggiornato dopo trent'anni, lei scrive che la politica ha bisogno dei tecnici. Ma anche i tecnici non tirano più, la burocrazia è sotto attacco da Cagliari a Roma, da Bruxelles all'Eliseo.

«Quando uno va al governo, Palazzo Chigi, il Lungo Senna o la Casa Bianca poco importa, diventa automaticamente classe dirigente. E tutte le leadership oggi sono considerate corrotte o incapaci. Se poi arriva un professore emerito la gente vede quanti nuovi sacrifici deve affrontare e reagisce come abbiamo constatato. La linea vincente non è il rigore, non sono i conti in ordine. Lo specchietto per le allodole è quello di Trump percepito come uomo nuovo mentre altro non è che l'establishment, è sempre stato alleato con i grandi, è infedele nelle dichiarazioni fiscali. Alla gente piace così. A me dispiace dirlo ma osservo che la gente ama gli incantatori di serpenti. Senza essere polemico penso alla narrazione renziana dell'Italia che è andata al voto: con una disoccupazione giovanile record si mostra con Sergio Marchionne, va alla Maserati e alla Ferrari. E il deserto industriale di Ottana e di Portotorres non esistono? E il cimitero di Taranto con l'Ilva che tiene a casa diecimila lavoratori?”.

Lei ha aggiornato il suo libro “Scomposizioni” dopo eventi che hanno cambiato il mondo: tutto è da aggiornare, tutto è da resettare?

«Occorre tener conto della realtà ma sarebbe fatica inutile inseguire l'attualità all'infinito. Si possono ripensare e rileggere gli anni '80 e '90. Ma un dato è certo: prima il futuro ci appariva aperto, adesso ci sembra chiuso, la speranza è decrescente. Credevamo che ci si potesse accontentare di ricette facili, della cosiddetta decrescita felice. Di felicità, se ci si ferma, non ce n'è. Il referendum italiano ha dimostrato che alle favole nessuno crede. Siamo allo spaesamento davanti alla costruzione del futuro».

Restano concetti validi comunque, o siamo al divorzio fra parole e cose?

«Non ha perso il suo significato la parola responsabilità: che è quella singola ma anche quella collettiva, è valido il concetto di giudizio e di critica, ne abbiamo bisogno sempre. Mi sembra acquisti più valore la parola sofferenza che è in crescendo, l'umanità tutta si sente più povera e perciò mal sopporta chi declama miracoli. E va detto che non ci sono soluzioni miracolistiche, che non si può pompare l'ottimismo».

Lei dice che riportare tutto al presente significa cannibalizzare il passato.

«Benedetto Croce sosteneva che il passato deve trasformarsi in sangue rosso del presente. Invece adesso è un cavalcare i peggiori istinti. Domandiamoci ancora il perché abbia trionfato Trump. Un fiume ha tanti affluenti ma c'è anche la sorgente principale. Quest'ultima non si secca mai. Studiare il passato è capire ciò che siamo diventati, l'oggi è figlio di ieri, scorciatoie non ne esistono. Le visioni riduttive si rivelano false».

Marc Augè ripete che se non ci fossero le religioni non ci sarebbero le guerre.

«Forse esagera. I monoteismi sono certamente fautori di guerre. Ma non tutte le guerre sono di religione. Credo che l'Isis pensi più ai petrodollari che al Corano o al Vangelo». Futuro molto incerto, professore? “L'incertezza è figlia di chi predica ricette facili. Occorre una nuova sobrietà, la responsabilità privata e pubblica di cui parlavo prima. L'età dell'oro non è né l'oggi né il domani. Ce l'aveva detto Orazio: non credete alla cabala».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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