La Nuova Sardegna

L’infanzia, un misterioso labririnto

di Giuseppe Mussi
L’infanzia, un misterioso labririnto

Lo scrittore questo pomeriggio a Sassari per presentare il suo nuovo libro, “Un bene al mondo”

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Andrea Bajani, autore poligrafo (narrativa, teatro, reportage e traduzione), tra le voci più interessanti della letteratura italiana contemporanea, presenterà il suo ultimo romanzo, “Un bene al mondo” (Einaudi), oggi a Sassari alle 19 al circolo “L'ultimo spettacolo” (in corso Trinità161), per la rassegna “Scrittori a piede lìberos” di Éntula. Gli abbiamo fatto qualche domanda sul suo ultimo lavoro, sullo scrivere e sullo stato di salute della letteratura.

“Un bene al mondo” è una sorta di favola per adulti che sembra spingersi quasi verso un apologo dell’accettazione di sé, del proprio destino e del dolore che accompagna ciascuno di noi. Potrebbe darci una sua definizione?

«Gli scrittori, da sempre, scrivono degli oggetti narrativamente non identificati. Maneggiano materia incandescente e assistono sbalorditi alla forma che da questa materia viene fuori. Se conoscono la forma prima di inventarla, gli scrittori che mi piacciono si sentono sconfitti. “Un bene al mondo” è nato da questa incandescenza, e da tanti anni di attesa: sullo schermo poi sono comparsi un bambino e un piccolo personaggio che lo accompagnava e che però era il suo dolore. Il libro è questo, è una storia che va dritta al punto. Le definizioni sono delle maniglie che servono per non scottarsi prendendo in mano una materia così viva. Le lascio a voi che siete più capaci…».

Nel libro si sente una forte componente autobiografica: penso all’intensità delle emozioni che emergono e alla vicinanza della voce del narratore ai personaggi. È così?

«In tre mesi di incontri con i lettori mi sono reso conto che questo libro è veramente autobiografico, ma non nel senso che comunemente si dà a questo aggettivo. Lo è nella misura in cui attiva nei lettori una rilettura della propria personalissima infanzia. Ho voluto avere come protagonista “un bambino” e non “Andrea”, perché era il bambino che mi interessava. Ovviamente dovevo partire da quello che conoscevo meglio per raggiungerlo. Ma quando l’ho raggiunto mi sono reso conto che eravamo in tanti, che tutti ci ponevano la stessa questione: che ci facciamo con quella parte misteriosa che ogni tanto ci fa male?»

Nei suoi romanzi l’ambito più frequente che si incontra è quello familiare. Per lei è una disposizione naturale occuparsene o è frutto di una scelta?

«È una disposizione naturale, direi. Perché è lì dentro, mi pare, che si giochi tutto il gran teatro dell’umano. È dentro questo reticolo di passioni che uomini e donne giocano la loro partita contro la solitudine. La famiglia è l’espediente che l’essere umano ha escogitato per provare a essere felice. E insieme è ciò che però, in quanto non naturale, culturale, scatena anche i sentimenti più lacerati e laceranti. Ma è un contesto, non è un tema. Il tema è sempre lo stesso, la condizione umana, e ciascuno lo affronta secondo la propria esperienza. È così per tutti. Chieda a un pescatore di parlarne e le parlerà del mare, un contadino della semina, un reduce del fronte».

Al di là del suo ultimo romanzo, dove la narrazione è fortemente semplificata in funzione della storia, la sua scrittura è sempre tra le più limpide, cristalline e lievi nel panorama della narrativa contemporanea italiana. Com’è arrivato a sceglierla?

«L’ho scovata libro dopo libro. Ogni libro, per me, è una tappa prima di tutto personale. Un passo avanti verso la liberazione dagli orpelli di cui ci dotiamo per sopravvivere alle cose. La poesia è il punto da cui sono partito scrivendo a tredici anni (l'anno prossimo Einaudi pubblicherà il mio primo libro di poesia), ed è ciò con cui mi confronto ogni giorno. Leggo infinitamente più poesia di quanto non legga in prosa. E la poesia punta dritta verso quell’essenzialità abissale. In poche righe ci sono l’uomo e il cosmo insieme».

A proposito di contemporanei: come vede la letteratura italiana oggi? Qual è il suo stato di salute? Ci sono dei colleghi che preferisce leggere?

Mi sembra molto viva, a dire il verso, a dispetto di tutti i piagnistei. Si pubblica troppo perché gli editori sono preoccupati, in quanto imprese commerciali, dei bilanci. Per cui pubblicano immondizia – o letteratura midcult, che è la più pericolosa perché avvelena il pozzo – ma anche tante cose buone. Ho appena letto il nuovo libro di Maurizio Maggiani, “La zecca e la rosa”, e l’ho trovato pura meraviglia. I poeti sono quelli che mi appassionano di più. Tra i nuovi Francesco Targhetta, Mariagiorgia Ulbar, Massimo Gezzi. Poi mi interessano gli scrittori irregolari, non classificabili, appunto: Franco Arminio, Angelo Ferracuti, Antonio Moresco, Emanuele Trevi, Rosa Matteucci. E gli illustratori: Mara Cerri e Simone Massi su tutti.

I critici e gli storici della letteratura dibattono costantemente su categorizzazioni o linee genealogiche in cui includere ogni scrittore. Lei si riconosce in una tradizione?

«No. O meglio mi riconosco nella tradizione che mi sono costruito da lettore, che mette insieme i Salmi e Beppe Fenoglio, Virginia Woolf, Pavese, Pasolini, Caproni, i fratelli Karamazov, Paul Valery, Cioran, Peter Handke, Cervantes e molti altri».

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