La Nuova Sardegna

«Quando l’orrore nasce dalla nostra irresponsabilità»

di Giacomo Mameli
«Quando l’orrore nasce dalla nostra irresponsabilità»

Esce “Quella notte sono io”, il terzo romanzo firmato dal giornalista de La7 «Le domande di fronte alle quali ci mettono i casi di violenza tra i giovanissimi»

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Il nuovo libro di Giovanni Floris “Quella notte sono io” (Rizzoli, pagine 236, 18.50 euro) chiude una brillante trilogia scandita da parole fondamentali, da etica calvinista.

Floris aveva iniziato con un inno all’ottimismo. Erano – per Feltrinelli – le pagine di “Il confine di Bonetti”, il passaggio dall’adolescenza all’età matura nei tormenti degli anni ’80. Affinando le qualità di narratore, con “La prima regola degli Shardana” aveva esaltato il valore dell’amicizia raccontando storie di attori falliti e di cronisti, “parafangari” e mancati manager catapultati in quella Sardegna che l’autore conosce a menadito per essere la terra dove è nato il padre, per essere cittadino onorario di Nuoro e aver scelto la Gallura come dimora fissa per le vacanze. Adesso il palmarès del Floris-dizionario se lo prende “responsabilità”. Per Remo Bodei «non ha mutato di significato dai filosofi ateniesi in poi», anche nella società passata dalla linotype al computer, dai pixel agli algoritmi. Responsabilità per nonni e nipoti, a partire dall’uso del linguaggio. Perché «ciascuno deve prevedere le conseguenze di quello che fa e dice».

Se uno sostiene che è meglio che i giovani emigrino e “si tolgano dalle scatole” non può certo stare al governo. Si può dire che su un avversario politico si può usare la lupara? O che i migranti possono annegare nel Mediterraneo? Esempi di pessimo uso delle parole – in questa fase di becerume universale ad oltranza – se ne potrebbero fare millanta. E in quest’Italia post-ideologica, nell’Europa che unita non appare più, col discredito generale dei governi, nell’era della post-verità, «la responsabilità è totale, di ogni elettore, di ogni eletto, di ogni astenuto».

Floris parla nella sua casa romana di piazza Bologna dopo la sospensione natalizia del fortunato “Di Martedì” (riprenderà su La7 il 10 gennaio). Più senso di responsabilità che senso di colpa. «Questo libro ruota sulla capacità di essere presenti a se stessi mentre si prendono le decisioni, prevedendo le conseguenze di quello che si fa, in politica ma anche nella vita quotidiana. In queste pagine si parla di un atto di bullismo che ha cambiato la vita a tante persone, sicuramente a colui che lo ha subito, come ai cinque ragazzi che lo hanno commesso. Questi ultimi sono al centro del racconto: si sono rovinati la vita nella notte cui fa riferimento il titolo, quella che ha deciso i loro destini».

Ripensamento che arriva tardi.

«Avviene in una notte. Riescono a comprenderlo trent’anni dopo, quando la madre della vittima riesce a metterli a confronto col peso di quanto accaduto. Ecco: comprendere l’importanza di ogni propria azione non è facile, è una qualità rara, così come essere in grado di apprezzare le differenze. E il coraggio di difendere i più deboli. Tra l’altro, prima o poi, capita a tutti di essere fragili, bisogna tenere duro, poi passa. E si capisce che nessuno è più forte dell’altro».

Nella graduatoria della responsabilità primeggiano i giovani o gli anziani?

«La graduatoria delle responsabilità, secondo me, non esiste. È direttamente proporzionale a ogni persona. Il manager di una banca ha le sue, un preside idem, anche un bidello o l’impiegato comunale che timbra il cartellino e se ne va a bighellonare in canoa. Ognuno di noi ha l’immensa responsabilità di tutto quello che potrebbe fare. La responsabilità è la capacità di sobbarcarsi tutto quello che potenzialmente potrebbe avvenire se noi agissimo o se decidessimo di non agire».

Siamo proprio all’etica protestante.

«Quando una persona non svolge il suo dovere non ha scuse, non ci sono alibi per nessuno. In politica, poi non se ne parli. Siano sommersi da atti e parole del tutto irresponsabili, linguaggio in libertà, in questo caso la responsabilità, lo ripeto, è di ogni elettore, di ogni eletto, di ogni astenuto. Tutto quello che facciamo o non facciamo, diciamo o non diciamo, ha conseguenze su noi e sugli altri».

È in arrivo un populismo prossimo venturo, e non solo in Italia.

«Se in politica nessuno è più responsabile delle proprie parole e azioni, il populismo cresce con forza, oggi conviviamo con populismi che coinvolgono ogni area politica. Nessuna ne è immune. Riflettiamoci. Sono molti a rivolgersi a un non meglio identificato “popolo”, a denunciare una non meglio identificata “élite” (casta, poteri forti, sinistre, destre, i politici, i gufi) portatrice di valori negativi. Poi si scopre che, per il populista, il popolo è quello d’accordo con le proprie idee, che le acclama e non le discute. Fuori dal popolo  è chi alle idee del leader non si accoda. Se dubbi hai gufo sei».

La scuola, in particolare il liceo, è sempre protagonista dello schermo dei suoi libri.

«Il liceo, la scuola, penso siano al centro della nostra vita, una persona si forma essenzialmente tra i banchi, oltre che in famiglia. Ogni istante passato a scuola, con i professori, i compagni di classe, con gli amici, vale dieci volte il tempo passato in altri luoghi e in altri tempi. Tra le medie e l’università si diventa quello che si sarà per il resto della propria vita. Per questo, e non perché mia madre sia stata insegnante di liceo, considero i professori gli eroi civili del nostro tempo. Fanno il lavoro più importante di tutti, lo fanno nella pochezza di risorse, e molte volte con poco o nullo rispetto. A loro facciamo formare la nostra nazione, dovremmo tenerli più da conto. Nel mio romanzo hanno un ruolo fondamentale, lo creano la responsabilità che da singola diventa collettiva. Ma i protagonisti se ne accorgono troppo tardi». 

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