Nell’italiano della Deledda tutto l’immaginario dei sardi
Un universo antropologico viene tradotto dentro un sistema linguistico altro Nei romanzi un enorme archivio di simboli e miti che si tramandano nel tempo
Fin dagli esordi Grazia Deledda dovette affrontare, senza dispiacere committenti e pubblico, l'annosa questione del conflitto dei codici: codici linguistici e letterari, ma più estensivamente estetici e culturali. Il tema aveva riguardato gli scrittori delle tante Italie, ma in modo particolare gli autori sardi.
Certamente le innovazioni più significative nella stagnante e anacronistica prosa d'arte in Sardegna arrivarono dalle sue opere. A sessant'anni circa dalla “fusione” con gli stati di terra ferma e a cinquanta dall'unificazione nazionale, la scrittrice nuorese ebbe infatti il merito di traghettare il romanzo sardo nel Novecento italiano, di renderlo popolare e di successo presso il pubblico della media borghesia “continentale”, che da una parte era cresciuta grazie ai classici della letteratura e della lingua (col supporto delle grammatiche e dei dizionari) e dall'altra si andava formando con i romanzi d'appendice e “L'idioma gentile” del De Amicis. Con lei si realizzò un salto di qualità nell'opera di adattamento dei modelli culturali autoctoni ai codici, alle tipologie formali e alle modalità espressive proprie di un sistema linguistico e letterario d'inappartenenza. La Deledda fu per gli autori sardi in lingua italiana del Novecento ciò che Manzoni era stato per gli scrittori ottocenteschi delle tante Italie: un modello credibile e perseguibile.
La sua narrativa superò dunque, non senza difficoltà e contraddizioni, il capo Horn dall’anacronismo e dell'affettazione nobilitante, per meglio affrontare, grazie alla medietas, il mare aperto del variegato pubblico italiano, evitando – per restare dentro la metafora oraziana – sia l'alto pelago che la costa malfida. La medietà non è grigiore, mediocrità, ma equilibrio, giusto mezzo nel contesto dato, misura tra due estremi, contro gli eccessi verso l'alto o verso il basso, verso la tradizione o lo sperimentalismo, possibile punto d'incontro tra due mondi e due lingue (il sardo e l'italiano).
Ma non solo. La questione dirimente fu come tenere insieme cultura osservata (il mondo sardo) e cultura osservante (sardo-italica), come costruire un narratore che, ponendosi a una distanza minima dall'universo rappresentato, sapesse nello stesso tempo raccontare l'anima e il vissuto della propria gente a un pubblico d'oltremare. Una completa estraneità linguistica, culturale e morale rispetto al mondo narrato avrebbe, infatti, reso inautentica l'operazione letteraria. Perciò la Deledda innestò sul tronco dell'italiano elementi autoctoni, procedimenti formali del parlato e termini pescati dal contingente lessicale del sardo; per corrispondere all'intento mimetico di traducere, trasportare, un universo antropologico connotato dentro un sistema linguistico altro; o viceversa, per rimodulare il codice letterario di riferimento sul sostrato di un'oralità primaria che era stata per secoli il principale veicolo di comunicazione della comunità rappresentata letterariamente.
Frequenti sono dunque i calchi, i sardismi sintattici e lessicali, le soluzioni bilingui, le imprecazioni, le antifrasi e le risposte in rima, i proverbi, gli intercalari, i tentativi di riprodurre intonazioni e di ricalcare gli andamenti ritmici, i modi dell'oralità e, qualche volta, del canto.
Una tale consuetudine di modulare le cadenze linguistiche del mondo isolano non poteva non investire in prima istanza l'aspetto dialogico, scenico e drammatico del racconto: pensato ci hai? (pessau b'as?), sentito hai? (intesu as?), aquila sii (abile sias), beato chi vi vede (biadu a chie bos biet), zitta come la chiocciola (muda che croca), malanno che ti prenda (male chi ti pichet), Dio lo voglia! (Deus cherjat!), che ti si spengano gli occhi! (ancu tanches sos ocros!), a due gambe come la gallina (a duas ancas comente sa pudda), savia come l'acqua (sàpia che aba in bena), che il diavolo lo fugga (chi l'isperdat su diaulu), zitto ché ogni piccola macchia porta piccole orecchie (mudu ca cada tuppedda juchet oricredda), che vi ammazzino senza che ve ne possiate accorgere! (ancu bos ucchidana chenza bos segherare!), non gli pesino neppure come una foglia di rosa le mie parole (chi sas paragulas meas non li pesene che foza 'e rosa).
E tutto ciò sarebbe dovuto accadere senza rinunciare – pena l'insuccesso editoriale e la fuoriuscita dai criteri esclusivi che andavano definendo i canoni estetici e letterari "nazionali" – all'attrazione secolare e legittimante del modello toscano.
L'originalità e la forza della narrativa deleddiana stanno proprio in questa variegata e sapiente rappresentazione dell'automodello sardo e nella proiezione simbolica del suo universale concreto. Attraverso la trasfigurazione metaforica dell'isola, infatti, si realizza la sublimazione – junghianamente intesa – di una sorta di inconscio collettivo, immenso archivio di simboli e miti che si tramanda nel tempo e che si struttura attorno ad archetipi fondanti, a fantasie e a immagini primordiali, a modelli originari d'esperienza sedimentati nelle profondità della psiche non solo dell'individuo ma di un intero popolo.
Anche per questa ragione la Deledda è stata il grande modello degli scrittori sardi del Novecento.
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