La Nuova Sardegna

Quando Sassari scoprì l’energia dell’onda beat

di Roberto Sanna
Quando Sassari scoprì l’energia dell’onda beat

Un’antologia di trent’anni di cultura cittadina Musica, teatro, radio libere e voglia di divertirsi

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SASSARI. Ci sono stati anni, anzi decenni, nei quali Sassari era una città che cercava di stare al passo coi tempi e non arrancava stritolata dalla crisi economica e di idee. Dalla metà degli anni Sessanta agli anni Novanta, con i limiti di una città di provincia situata in un’isola, a Sassari si vivevano le stesse mode, le stesse tensioni che animavano il resto della penisola. C’erano un numero imprecisato di radio e televisioni private, al centro passeggiavano punk che sfidavano i benpensanti, nascevano compagnie teatrali di spessore, si poteva andare al cinema con grande scelta, erano la norma i concerti dei grandi nomi (da Fabrizio De André a Lucio Dalla, a Sting, ai Ramones, a Sonny Rollins). Capitava anche di vedere furiosi corpo a corpo tra i due gruppi politici opposti che soggiornavano sotto il monumento di piazza d’Italia (i “monumenteros”, appunto) e nella parte alta di via Roma. C’erano anche gruppi pop che provavano a sfondare cercando la strada per Sanremo e, negli anni dell’edonismo Reganiano, i piano-bar e le discoteche dove la gente faceva a spintoni per entrare manco fosse allo Studio 54 e chi si esibiva era idolatratato come una vera e propria star. Tutte cose che per la prima volta confluiscono in un libro intitolato “John Lennon si è fermato a Sassari”, scritto da un medico, il ginecologo Pier Luigi Cherchi, che prova a recuperare tutti i pezzi di questo passato e farli confluire in un’antologia organica.

Rivoluzione beat. “Dagli anni ’60 a Tangentopoli. Musica, comportamenti, sottoculture e forme di reatività” è il sottottitolo del libro, edito dalla Edes Sassari, che dichiara così immediatamente la chiave di lettura: quella del beat moderno e di uno dei suoi principali profeti (che nel disegno della copertina campeggia con la chitarra in mano con piazza d’Italia alle spalle) che secondo l’autore «hanno talmente influenzato la gioventù sassarese di allora - i sessantenni e settantennti di oggi - da alimentare una sorta di rivoluzione culturale che ha fatto sentire i suoi effetti non solo negli anni sessanta ma anche nei due decenni successivi. Questo in una città piccola e, tutto sommato, di provincia, poco incline ai cambiamenti, sonnolenta e cristallizzata nei suoi strati sociali».

Antologia sassarese. Sul fatto che questa possa davvero essere la chiave di lettura giusta di quegli anni si può discutere a lungo, indiscutibile è invece che per la prima volta vengano messi su carta stampata i protagonisti di tutto quel fermento culturale: «il libro è una grande antologia che raccoglie e mette insieme interviste e punti di vista differenti che aiutano il lettore a farsi un’idea dei fermenti che hanno animato la città dagli anni Sessanta agli anni Ottanta» scrive nell’introduzione il giornalista Pasquale Porcu. Aggiungendo che i personaggi citati hanno poi preso strade differenti, alcuni hanno avuto fortuna, altri sono usciti di scena o non ci sono più ma «tutti insieme, comunque, hanno creato la situazione culturale, sociale e di costume che conosciamo oggi. Un mondo che questo libroci aiuta a capire». E che, magari, potrebbe fornire più di uno spunto all’interno di un dibattito su quello che è la Sassari del Duemila.

La galleria. Nomi, personaggi, contributi, situazioni, foto d’epoca. Nel libro di Pier Luigi Cherchi ci sono tante cose e racconti, che assumono significati particolari a seconda dell’età di chi lo legge. C’è il censimento delle radio libere con relativi cenni storici e interviste ai protagonisti, racconti che sembrano uscire da cantine e soffitte oggi che col web e lo smartphone si fa di tutto e in diretta con pochi euro. C’è anche il ritratto che Stefano Mancini, attuale della Cooperativa “Teatro e/o musica”, fa di Giampiero Cubeddu, l’uomo che ha rifondato il teatro sassarese: «Un animatore culturale legato al teatro, legato alla società, fondatore del Teatro Sassari, una compagnia storica in cui il dialetto viene riabilitato. Ha dedicato la sua vita a questa città, cercando di mettere in risalto tutte le qualità positive sia ridanciane, sia sia culturali di grosso livello». Poi i gruppi musicali: Bertas, Azimut, Psa, Joe Perrino, Cento, Humaniora, Sole Nero, Il Coro degli angeli.

E nel campo dell’intrattenimento puro, subito dopo gli inevitabili tocchi romantici dedicati al piano bar di Gianni Davis, a segnare il culmine della parabola tra gli anni Ottanta e Novanta prima dell’inarrestabile caduta a precipizio, sono le parole di chi gestiva quei locali alla moda: «Non c’era crisi, tutti avevano soldi e li spendevano soprattutto nel nostro settore - racconta Cosimo Salis -. Se qualcuno entrava gratis la frase ricorrente nel nostro entourage era “già li lascia al bar” ed era la verità. Oggi già l’attività si è ridotta, se poi non prendi l’ingresso sei fregato perché quello non lascia più nulla...».

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