I sardi nuragici? Erano maratoneti instancabili
Gli ultimi studi archeologici sui reperti della foresta di Tuèri rivelano un super fisico forgiato nei boschi tra l'Ogliastra e il Sarcidano
PERDASDEFOGU. In 3250 anni le donne sarde sono cresciute in altezza di 8,5 centimetri, i maschi di sette. La statura media di un uomo nato fra le Bocche di Bonifacio e il Golfo degli Angeli è oggi di 171,3 centimetri, una donna è mediamente di 160 stando ai dati del biologo Emanuele Sanna (Università di Cagliari). Nella notte dei tempi un maschio misurava 164,3 centimetri, una donna 151,5.
Misurazioni che si apprendono dagli ultimi studi sui reperti ossei trovati nel 1963 nel Pantheon dei nuragici, il cimitero monumentale nell’Eden di Tuèri, a due chilometri da Perdasdefogu, a duecento metri dal nuraghe “S’Orcu”, uno dei pochi a corridoio dell’isola studiati nel dopoguerra dal re degli archeologi Giovanni Lilliu e dal suo allievo Fernando Pilia. Un cimitero naturale in un autentico paradiso terrestre, distese di muschi e felci, sotto una parete di calcare, oggi protetta da un cancello chiuso con lucchetto antitombaroli. Grotta-scrigno che custodisce ancora tanti segreti. C’è tanto da indagare, per medici e antropologi, sociologi e speleologi. Ma già sappiamo qualcosa di più: dal 1259 avanti Cristo siamo cresciuti meno della media italiana (1,78 per gli uomini, 1,65 per le donne, secondo l’Imperial College di Londra). Ma abbiamo sempre saputo di non essere dei watussi, ma neanche i più bassi della terra (record che spetta ai timoresi e agli yemeniti con 159,8 per i maschi mentre i più alti – record mondiale – restano gli olandesi:1,82 di media per uomini e 1,68 per le donne.
L’essere umano più alto nel pianeta – dato firmato dal Guinness World Record – è il turco Sultan Kosen, 251 centimetri). Le ossa, finora conservate nei laboratori catacombali dell’istituto di Antropologia dell’università di Cagliari, sono tornate a casa, nel museo naturalistico del Gruppo Grotte Ogliastra (presidente Gianni Zanda), ospitato nelle vecchie scuole elementari di Foghesu. «Abbiamo di nuovo fra noi i nostri padri e i nostri nonni e faremo di tutto per ottenere anche gli altri reperti, soprattutto le 242 monete romane con l’effigie di Astarte, di Tanit e simboli astrali trovati nella stessa grotta di Tueri», dice il sindaco Mariano Carta. Queste ultime erano state trovate (e donate all’ateneo cagliaritano) da un medico torinese, il dottor Enrico Toselli che, dai primi del secolo scorso, teneva ambulatorio a Perdasdefogu. A Tuèri si batteva anche moneta? Era la Zecca fra Barbagia e Campidano? Misteri ce ne sono tanti. Ma anche alcune importanti certezze. Pare che i residenti attorno al nuraghe dell’Orco (e quelli vicini fra Ogliastra e Sarcidano, a dieci chilometri in linea d’aria dal nuraghe Orrùbiu di Orroli, l’unico con cinque torri), fossero autentici infaticabili maratoneti tra le vallate e le forre sotto la vetta di Santa Vittoria e lungo le sponde del fiume Flumineddu ricco di trote e anguille tutti i mesi dell’anno.
Una delle ricercatrici che hanno compiuto questi ultimi studi, l’antropologa Patrizia Martella, si basa su dati certi: «Sicuramente, dall’analisi dei reperti ossei, possiamo stabilire che le popolazioni nuragiche attorno a Tueri avevano una robustezza marcata delle inserzioni muscolari, il che indica un uso intenso degli arti inferiori e superiori». Tanti Big Jm o Braccio di Ferro come potremmo ipotizzare osservando oggi i Giganti di Monti Prama? Martella: «Potersi spostare nell’incanto della foresta di lecci di Tuèri, percorrerne le vallate, vagare fra i tacchi calcarei verso Cagliari o verso Lanusei richiedeva certamente un fisico eccezionale. Ma per il momento, con la sola scienza senza nulla concedere alla fantasia, non possiamo dire che cosa mangiassero anche se deduciamo che fossero in uso carboidrati e carni». Studi che erano stati avviati nel 1963 dal professor Carlo Maxia all’università di Cagliari e che oggi sono stati affidati – per nuove indagini – ad altri due antropologi, Luca Lai e Michele Castoldi che, con la Martella, hanno riconsegnato i reperti ossei e le relative relazioni tecniche al Gruppo Grotte (pionieri erano stati Gigi Pasciolu, Giancarlo Cannella, Antonella Demontis) in una serata da grandi occasioni. Reperti finalmente esposti all’interno del Museo fra stalattiti e stalagmiti, fra brecce ossifere, fossili e travertini di Luesu risalenti a 1,64 milioni di anni fa, a ossa di prolago sardo, a foglie del quaternario, a una collezione di tutti gli insetti del Mediterraneo.
«Un museo che permette di tuffarsi nella preistoria della Sardegna», spiega Zanda che annuncia una prossima mostra fotografica sulla Sardegna sotterranea che verrà inaugurata sabato 7 gennaio dal presidente della federazione speleologica Tore Buschettu. Maxia aveva pubblicato i primi studi nel 1963 (“Materiale scheletrico attorno a una tomba funeraria a Perdasdefogu”) nel corso del nono congresso nazionale di Protostoria fra Trieste e Reggio Calabria, gli atti affidati a una casa editrice fiorentina. In quella sede Maxia aveva stilato una classifica delle stature in età nuragica: i più alti erano a Seulo (altezza media 165 centimetri), seguiti dagli algheresi con 163, poi i cagliaritani di san Bartolomeo con 162, quindi gli abitanti della Perdasdefogu di allora con 162, i più bassi nell’Iglesiente con161 centimetri). I nuovi studi del trio Castoldi-Lai-Martella, come si noterà, hanno regalato altri tre centimetri ai residenti nel Salto di Quirra. Ma altre scoperte sono attese: com’è che a Perdasdefogu, nell’Ogliastra intera, vive la popolazione oggi più longeva dell’isola? Forse ce lo diranno proprio i nuragici.
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