«Da Quirra a Milano il nostro cammino alla ricerca della verità»
I registi Massimo D’Anolfi e Martina Parenti domani a Sassari Al via il ciclo dell’Accademia “Sironi” sul cinema del reale
SASSARI. Cinema di idee, film frutto di un processo creativo che parte dall’osservazione della realtà, trasformandola in racconto dove le immagini sovrastano le parole e diventano strumento per trasmettere sensazioni ed emozioni ancora prima che un tentativo di informare lo spettatore. Il documentario si è rivelato terreno fertile per la crescita di un nuovo linguaggio capace di farsi strada ai margini di un'industria cinematografica sempre più omologata e dove si è ridotto ai minimi termini lo spazio per la sperimentazione. Quella che continuano a cercare coraggiosi film maker, capaci di conquistare soprattutto negli ultimi anni la ribalta dei grandi festival internazionali.
Una tendenza che l’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” di Sassari vuole intercettare, puntando a formare nuovi autori con il biennio di secondo livello in “Cinematografia e fotografia documentaria”. Domani intorno alle 10 nell’aula magna l’inaugurazione con Antonio Bisaccia, direttore dell’Accademia e ideatore del nuovo corso, Davide Bini, docente di regia, Giorgio Auneddu Mossa, responsabile del dipartimento, e Lorenzo Hendel, regista che in passato è stato direttore editoriale di Doc3. Quest’ultimo avrà inoltre il compito di coordinare un workshop speciale che partirà subito dopo e si svilupperà, mattina e pomeriggio, anche mercoledì. Due giorni di incontri e lezioni con la coppia Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, già autori di importanti film documentari come “Il castello”, “Materia oscura”, “L'infinita fabbrica del Duomo” e il più recente “Spira Mirabilis” presentato in concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia.
Nomi da brivido. «Dreyer, Wiseman, Tarkovskij, Wilder, Lubitsch...». Alla domanda sui loro registi preferiti, Massimo D’Anolfi comincia con un elenco di nomi da brivido. Dalle sue parole si capisce subito il profondo amore per il cinema, alla base del mestiere che ha scelto di fare. Sentimento che cerca di trasmettere in incontri come questo organizzato dall’Accademia. «L’amore per i film non tanto per l’aspetto più spettacolare, di intrattenimento, ma per l’aspetto se vogliamo politico ed esistenziale – spiega il regista – Spingere i ragazzi a vedere i film come dei mezzi per provare a capire gli altri, per confrontarsi. Il cinema, in particolare il cinema documentario, dà queste possibilità. Può essere uno strumento analitico per guardare il mondo». Concetto importante che va di pari passo con quello di responsabilità. «Fare cinema è un mestiere – aggiunge D’Anolfi – che non si può esimere da una responsabilità politica, morale, estetica nei confronti di quello che si va a raccontare». Un’impostazione del lavoro che richiede sicuramente coraggio, quello che non manca certo alla coppia di registi.
Il metodo di lavoro. Riflessione, scrittura, osservazione, montaggio. Le fasi che portano alla realizzazione di un film sono diverse. E richiedono tempo. «In genere – racconta D’Anolfi – iniziamo scrivendo un breve soggetto e poi individuato più o meno il luogo, le situazioni, delle persone di riferimento, iniziamo a frequentare il posto delle riprese con la camera. Abbiamo un metodo a piramide, all’inizio filmiamo sempre molto, ma mano poi le ore di riprese diminuiscono. Anche perché iniziamo il premontaggio dopo circa un mese. Così il film cambia in corso d’opera, o meglio trova la giusta forma».
Viaggio in Sardegna. Tra i documentari realizzati da Massimo D’Anolfi e Martina Parenti ce n’è anche uno girato in Sardegna: “Materia oscura”. Presentato in anteprima alla Berlinale del 2013, il film racconta l'area del Poligono sperimentale del Salto di Quirra. «Un progetto – ricordano i registi – nato da un viaggio in Sardegna che ci ha fatto conoscere quel luogo. Da tempo volevamo realizzare un film sulle armi e l’esistenza del poligono ci ha fatto capire che era quello il posto da indagare per trasformare in un film la riflessione che avevamo già iniziato». Un documentario che in qualche modo si ricollega a quello precedente, “Il castello”, realizzato all’interno dell’aeroporto di Malpensa. «Crediamo – spiega Martina Parenti – che i nostri lavori formino un percorso, che ogni film inizi dove finiva il precedente. Per cui dopo “Il castello” arriva “Materia oscura”, che radicalizza il modo di esprimersi con le immagini evitando il più possibile le parole. Era questa la sfida che ci interessava. Raccontare quel luogo già oggetto di indagini e reportage in maniera diversa, con una forma personale, più poetica, che potesse essere forte per le immagini più che per la drammaticità dell’argomento».
Oltre il tempo. Allo stesso modo “Materia oscura” si collega al più recente “Spira Mirabilis”, presentato pochi mesi fa a Venezia: «Nel mezzo – evidenzia la regista – c’è “L'infinita fabbrica del Duomo”, che però abbiamo girato direttamente per realizzare “Spira Mirabilis”, come una prova». Il vero precedente è quindi il film di qualche anno fa legato alla Sardegna.
«Eravamo rimasti alla fine di “Materia oscura” – conclude Martina Parenti – con un sentimento molto cupo riguardo gli uomini, sulla stupidità dell’uomo che si rovina con le sue stesse mani. Da qui è nata una riflessione opposta, di riscatto rispetto a quel sentimento, a partire dalle opere meravigliose costruite dall’uomo: la grande aspirazione di travalicare la propria vita mortale. Il film non è incentrato sull’immortalità come frustrazione dell’uomo, ma sulla pratica quotidiana del lavoro che riesce a trascendere il tempo».
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