La Nuova Sardegna

Racconti tra realtà e illusione in un viaggio verso l’infinito

di Walter Porcedda
Racconti tra realtà e illusione in un viaggio verso l’infinito

“Guardando le formiche dal basso” del giornalista Roberto Paracchini Tredici frammenti di vita dentro i quali emergono i personaggi e gli alter ego

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CAGLIARI. Tredici racconti come stazioni di un viaggio nel profondo dei sentimenti, tra meraviglia e stupore per il segreto eterno della vita con il bagaglio di amori e disincanto, passione e dolori fotografati in storie e accadimenti, gli uni dopo gli altri, con la cura di un osservatore, ora distaccato con occhi di scienziato, più spesso con l'anima di chi è player fino in fondo di una trama ad incastri.

Ha il fascino degli specchi deformanti, eppure veste i colori tenui usati da un acquarellista, l'ultimo libro di Roberto Paracchini, giornalista e scrittore, stavolta alla prima prova fiction. “Guardando le formiche dal basso” (194 pagine, 14 euro) in libreria questi giorni, pubblicato da Aipsa edizioni per la collana “Altrestorie”. Tredici episodi che possono (anzi devono) essere letti come tappe di una esistenza, capitoli di uno stesso racconto da guardare come all'interno del vetrino di un caleidoscopio che a ogni movimento della mano ricompone un nuovo disegno. Frammenti di vita dentro i quali emergono personaggi in carne ed ossa ma anche il loro alter ego. Racconti sospesi tra realtà e illusione, dimensioni spazio temporali differenti alla maniera di Philip K. Dick, scrittore americano padre della fantascienza postmoderna da cui “Guardando le formiche dal basso” sembrerebbe aver ereditato un certo gusto per il paradosso, dove le situazioni apparentemente più normali virano di colore e intensità in un'altalena di slittamenti progressivi.

Il quotidiano si divide e sfuma tra realtà e irrealtà, verità e illusione, sogno e veglia. Nel suo procedere, pagina dopo pagina, la storia segreta _ il vero canovaccio _ affiora di tanto in tanto creando inediti punti di partenza e approdo. Quello che era prima non è più. O forse lo è ancora. Il racconto acquista così i contorni talora di una fiaba per farsi crudo reportage di cronaca giornalistica, pura fantasy, dissertazione scientifica, dialogo ed elucubrazione filosofica. Fil rouge che tutto mette assieme è l'amore. Non uno solo, ma le sue dieci e cento nuances, raffinate, passionali e crudeli.

Tra le pieghe di incontri ravvicinati, affiorano le intriganti suggestioni di enigmi matematici, si cita Fibonacci e i numeri primi, l’ironia di Woody Allen, le lettere di Gramsci e il “Vecchio frac” di Modugno. O ancora il talento gastronomico del divino Artusi, l’arte di Van Gogh ma anche T.S. Eliot e Gianni Rodari. E soprattutto Leopardi. Non a caso Paracchini sceglie in modo illuminante di inserire nella terza di copertina questa citazione del grande poeta di Recanati : «Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano, perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine ma va verso l'infinito».

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