La Nuova Sardegna

Addio a Zygmunt Bauman, teorico della società liquida

di Mauro Zucchelli
Addio a Zygmunt Bauman, teorico della società liquida

Il sociologo polacco è morto a 91 anni, testimone della crisi della modernità A giugno a Cagliari per “Leggendo metropolitano” una delle sue ultime lezioni

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Le sue radici non erano nelle grandi metropoli d’Europa e neanche negli atenei-leggenda del Vecchio Continente: eppure nessuno è stato al centro della cultura dell’ultimo mezzo secolo quanto Zygmunt Bauman, filosofo-sociologo così mite e così tagliente, morto ieri all’età di 91 anni.

Alla periferia della geografia, lui che veniva da Poznan, Polonia: un po’ come altre figure centrali della cultura europea come Fernando Pessoa (Lisbona), come Franz Kafka (Praga), come James Joyce (Dublino), come Wislawa Szymborska (Cracovia), come Elias Canetti (Ruse). Ai margini dell’accademia: né Oxford o Cambridge, né la Sorbona o la Ivy League bensì l’ateneo di Leeds, in quella striscia di Inghilterra che ha dovuto fare i conti con la deindustrializzazione che azzanna al collo le città, le fabbriche, le tute blu, le esistenze.

In queste ore rimbalza ovunque quella definizione della post-modernità che per Bauman era la “società liquida”: di non è stato un vezzo modaiolo, è stata la “fotografia” più indovinata di questa lunga transizione verso un ignoto “chissà dove” in cui ciascuno si sente immerso – talvolta smarrito o perfino affogato – presi come siamo fra la crisi di un modello di sviluppo vorace e la fine delle ideologie che davano un senso e una bussola.

Ma guai a tradurla nella prona accettazione dell'esistente, così come i liquidi che non hanno forma se non quella del recipiente che li contiene. Al contrario, era proprio partendo dal nuovo identikit delle relazioni che il “grande vecchio” degli intellettuali europei costruiva la sua critica allo stato di cose presente: di fronte all'assenza di certezze e di legami in famiglia, sul lavoro, fra amici stiamo passando dallo status di cittadini a quello di una società fatta di clienti, anzi di debitori.

È questo il passaggio-chiave, e non a caso libri come “Vite di scarto” (2004, l’anno successivo in edizione italiana) diventano l’algoritmo per decifrare il presente. Quasi all’inizio della crisi choc dei mutui subprime e di Lehman Brothers. Non solo passiamo da produttori a consumatori, ma non abbiamo neanche più le risorse per reggere questa trasformazione identitaria. Anni più tardi, Bauman declinerà quest’analisi degli effetti dell’impoverimento disegnando il patatrac di un Pantheon di consumi in perenne espansione. Salta questa via d’integrazione per gli immigrati di seconda generazione e sul disincanto feroce lucrano il proprio dividendo ideologico gli agit-prop dell’Isis: l’Occidente opulento non ti dà più una ragione per vivere, i tagliagole fondamentalisti ti dànno un senso per crepare.

Non aveva usato mezze parole neanche di fronte alla “sua” Europa sconvolta dalla paura delle migrazioni: «Le aggressioni etniche e razziali – queste le parole dello studioso di Poznan – sono la medicina dei poveri contro la propria miseria. La loro efficacia si misura non dal fatto che risolvano la fragilità della vita ma dal dare temporaneo sollievo al tormento psicologico dell'impotenza e dell'umiliazione».

Prima che gli incubi del mondo prendessero questa piega, lo aveva ripetuto in una intervista: «La modernità “liquida” la vedo in realtà con una immagine che, dal punto di vista fisico, liquida non è un muro di bambagia. Ti ribelli? Il pugno affonda nella bambagia. Sembra impossibile modificare il proprio destino, e questo mix di ignoranza e impotenza, cosa innesca? Senso di inadeguatezza. La “liquidità” non è una categoria di leggerezza, ma una condizione pesante».

Non aveva piegato l’analisi alle esigenze della propaganda o anche solo della difesa di una ideologia: dev’essere per questo che, dopo la disillusione della fine delle grandi narrazioni verso un Sol dell’avvenire, generazioni di studenti, eserciti di lettori e le folle delle sue numerose conferenze pubbliche ne avevano fatto un punto di riferimento per la spietata lucidità di analisi. Al tempo stesso, la sua idea di studioso non era quella di una figura neutra che mette una barriera di libri e parole fra sé e il mondo: basta un’occhiata alla biografia per capire quanto avesse camminato attraverso il Novecento e le sue tragedie: basti pensare all’incubo dei lager nazisti per una famiglia ebrea polacca come la sua; basti ricordare la fuga verso le zone occupate dall’Armata Rossa; basti rievocare la passione marxista del Bauman poco più che ragazzo (che arriva ad arruolarsi nelle truppe sovietiche), ma anche il distacco dal comunismo quando l’Urss si presenta con i carri armati a Budapest.

E lo scorso giugno a Cagliari, ospite del festival “Leggendo metropolitano” che lo aveva invitato a tenere una lectio magistralis “Sulla felicità”, Bauman aveva detto: «I più intendono la felicità come una vita facile, priva di preoccupazioni. Peccato che una vita così sarebbe molto noiosa». Citando Goethe, che dichiarava d’aver trascorso una vita felice ma «non ricordava neppure una settimana di felicità», Bauman suggeriva che la felicità sta nella capacità di superare le difficoltà e, insieme a Freud, avvertiva che «uno stato di piacere permanente si trasforma facilmente in un incubo».

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