La Nuova Sardegna

«Per salvare la lingua sarda serve un unico standard»

di Luciano Piras
«Per salvare la lingua sarda serve un unico standard»

Ieri a Nuoro esperti da tutta l’isola per la Cunferèntzia aberta de sa limba sarda Ospite William Cisilino, che ha portato l’esempio ormai consolidato del Friuli

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NUORO. Lo standard, prima di tutto. «Da utilizzare soltanto per la lingua scritta, fermo restando che la gente continuerà a parlare ognuno la propria variante». William Cisilino, direttore dell’Agenzia regionale per la lingua friulana, ARLeF, parla davanti alla platea di sardi riuniti a Nuoro, ieri, per la prima Cunferèntzia aberta de sa limba sarda, organizzata dalla neonata associazione Acordu. Insieme, nelle sale dell’Exmé, sardi barbaricini, sardi campidanesi, sardi logudoresi, sardi del Capo di Sopra, sardi del Capo di Sotto. «Se le singole varianti del sardo non hanno una lingua standard come riferimento avranno sempre l’italiano», va avanti l’esperto di diritti linguistici, autore di diversi saggi, tra questi anche “Lingue in bilico. Buone pratiche nella tutela delle minoranze linguistiche in Europa” (Carocci). Il consiglio ai sardi è «di guardare con attenzione alle esperienze vincenti».

Una di queste è proprio la lenghe furlane: cinque macrozone, ogni paese ha la sua variante. Come in Sardegna, in sostanza. «Anche se noi siamo stati un po’ più fortunati dei sardi», riconosce Cisilino. Primo perché lo standard ha messo d’accordo i letterati friulani già tra il Seicento e l’Ottocento; secondo perché trent’anni fa, la Regione (autonoma) del Friuli Venezia Giulia e le sue Province hanno adottato una grafia unica. Terzo perché è da un decennio che il Friuli ha costituito l’ARLeF; che ha una pianificazione linguistica minimo quinquennale; e che punta particolarmente ai bambini e ai loro genitori, dunque alle scuole. «Tutto questo, senza uno standard, non è possibile», sintetizza William Cisilino.

Eppure la scrittura standard del sardo non è una presa di posizione all’Exmè. Se ne discute, se ne parla, la si usa, ma al centro di questa Cunferèntzia aberta restano i temi, is panels, per dirla con un inglesismo che lascia intravedere aperture insolite: arte e limba sarda; gender e limba sarda; iscola e universidade; istandardizatzione; literadura e editzione in limba sarda; medias; paridade linguistica; politica linguistica de sa Regione sarda. «Tutti possono intervenire liberamente, senza appartenenze, senza colori politici, non c’è un orientamento univoco, questa è un’agorà» spiega Alessandro Lisandru Mongili, cagliaritano, professore di Sociologia generale all’università di Padova. Presidente de su sòtziu Acordu. Sodalizio che ha scelto di esordire a Nuoro «per la sua importanza simbolica». Battezzando il 2017 con il dibattito e la discussione costruttivi, per superare «il blocco fondamentale di noi sardi» e rimettere al centro il «diritto di parità finora negato».

«Politiche sulla lingua sarda», le chiama Maria Antonietta Mongiu, ex assessore alla Pubblica istruzione della Regione Sardegna, ai tempi di Renato Soru presidente. È della Mongiu il primo piano triennale di interventi organici per la tutela e valorizzazione del sardo. «Sintesi di un percorso, di un’idea pedagogica condivisa», sottolinea l’archeologa di Pattada, cagliaritana d’adozione, dal giugno 2014 presidente del Fai Sardegna. A lei e a William Cisilino il compito di chiudere le sessioni plenarie di ieri, un’intera giornata di lavori organizzata per gruppi con una sessantina di partecipanti arrivati da tutta l’isola. Operatori e appassionati, ricercatori e docenti, anime diverse di una Sardegna in fermento, da Bachisio Bandinu a Paolo Pillonca e Anthony Muroni, da Mario Puddu a Francesco Cheratzu, da Enrico Lobina a Cristina Serra, Pepe Corongiu, Bustianu Cumpostu, Bustianu Pilosu, Pier Franco Devias, Paolo Zedda, da Mario Zidda a Graziano Pintori, Ivo Carboni, Leonardo Moro. Presente anche un gruppo di insegnanti attivisti di lastoriasarda.com.

Il primo ad aderire con entusiasmo alla Cunferèntzia aberta, tuttavia, è anche il grande assente della giornata: Eduardo Blasco Ferrer. Il professore di linguistica sarda morto proprio alcuni giorni fa. A lui l’applauso corale dei sardi riuniti ieri a Nuoro; a lui, un minuto di silenzio della platea.

Una platea pronta a marciare su Cagliari, a manifestare in piazza, pur di attirare le attenzioni «di una classe politica cieca e sorda, di un governo regionale del tutto assente» è una voce che risuona nei locali dell’ex Mercato civico del capoluogo barbaricino, teatro di questa prima Cunferèntzia aberta de sa limba sarda, totalmente autofinanziata, messa in piedi dai volontari: «No amus retzidu perunu agiudu finantziàriu de cale si siat organismu privadu o pùblicu». C’è, invece, collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune di Nuoro. Non a caso è proprio il suo titolare, Sebastian Cocco, che lancia una proposta concreta, «una scommessa, una provocazione – dice –: inserire la conoscenza del sardo quale requisito per accedere ai concorsi pubblici in Sardegna, come succede in Friuli e in Valle d’Aosta».

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