«Quella guerra che non sentiamo nostra»
“Our War”, arriva in Sardegna il docufilm sui “foreign fighters” a Rojava. Ne parla Claudio Jampaglia, uno dei registi
CAGLIARI. L’intreccio di guerra e umanità è tema caro alle grandi narrazioni che raramente può star chiuso in un’ora di documentario. Ma “Our War” (La nostra guerra), docufilm presentato fuori concorso alla Biennale di Venezia 2016, è la scommessa vincente di tre registi – Benedetta Argentieri, Bruno Chiaravallotti e Claudio Jampaglia – che raccontano le ragioni dei foreign fighters Joshua Bell, Karim Franceschi, Rafael Kardari, partiti volontari per combattere l’Isis a fianco dell’esercito curdo YPG in Rojava, sul confine siriano vicino a Kobane.
“Our War” sarà proiettato domani al Greenwich di Cagliari, alle 21, alla presenza degli autori che, per voce di Claudio Jampaglia, anticipano qui alla Nuova Sardegna alcuni temi scottanti del film.
Dopo la visione di “Our War” la domanda se quella raccontata sia anche la “nostra guerra”, resta senza risposta, ma la discussione è aperta.
«Ne abbiamo discusso a lungo anche noi, quando abbiamo deciso il titolo, per concludere che sicuramente ci riguarda la lotta che si svolge a Rojava, ci riguarda la lotta del YPG (Unità di Protezione Popolare) e quella dei curdi perché consente la costruzione dell'unico modello democratico e femminista del Medio Oriente. Nato dentro una guerra, tra mille contraddizioni, ha già dato notevoli risultati se pensiamo che i villaggi recuperati sono gestiti da assemblee locali dove un uomo e una donna sono eletti a pari merito come sindaci. In una zona con una geografia di popolazioni complicatissima tutte le minoranze votano e hanno maggiori diritti. Quella deve essere la nostra lotta. Che sia anche la nostra guerra, non lo credo».
Il film nasce con l'intento di dar voce senza giudicare...
«Benedetta conosce bene la situazione sul campo: è stata tra le primissime al mondo a scrivere dei volontari occidentali nello YPG, è una reporter di guerra; io sono un altro tipo di giornalista e Bruno è un antropologo. Per quanto avessimo scelto il campo: contro ISIS e per l'autonomia di Rojava, il lavoro più difficile, su cui abbiamo sofferto di più in sei mesi di montaggio, era riuscire a rendere i tre personaggi per quello che sono: uomini coi loro dubbi e le loro incertezze ma anche col racconto reale, infarcito di episodi di gloria che rivendicano. Togliere noi e lasciare loro con interezza. E qui l’antropologo ci ha aiutato non poco».
Emerge un ritratto molto umano dei foreign fighters: l’italiano idealista e fanciullesco, il marine che ha capito da che parte stare, il giovane padre curdo svedese che scopre la sua identità
«Joshua è così: un vero prodotto di sceneggiatura della vita americana, che dopo l'esperienza forte nell'esercito americano è talmente sballato da finire nei reality show. Siamo partiti da Karim, l’attivista italiano, figlio di un partigiano e di una donna marocchina, protagonista delle immagini girate in prima linea come una sorta di strano diario di guerra. Da lì abbiamo iniziato a costruire il personaggio di Karim con le sue certezze e le sue solitudini, poi abbiamo deciso di cercarne altri due molto diversi ed è stato un lavoro lungo».
L’alternanza del fronte e della dimensione domestica vi ha aiutato a scongiurare il rischio della retorica della guerra giusta?
«Assolutamente sì. Eravamo partiti dall'idea che il film dovesse avere delle schede informative di carattere filmico, con grafici e materiali presi dalle news. A metà del lavoro abbiamo buttato via tutto perché bastano e avanzano loro, scegliendo così di stare con loro fino alla fine. E poi ogni spettatore risponderà. Non dobbiamo rispondere noi».
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