La Nuova Sardegna

Giurisprudenza, fucina dell’élite nazionale

di ANTONELLO MATTONE
Giurisprudenza, fucina dell’élite nazionale

Una storia della Facoltà di Legge dell’Università di Sassari curata da Antonello Mattone per la casa editrice Il Mulino

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ANTONELLO MATTONE. Nell’autunno del 1923 il giovane studente di Giurisprudenza Salvatore Satta si trasferiva a Sassari dall’Università di Pisa: era una sorta di ritorno a casa, perché nella città turritana aveva frequentato il Liceo “Azuni” dove, nel 1920, aveva conseguito la maturità classica. «Sassari era allora la capitale di un vasto giudicato – scriverà il grande processualcivilista nel 1957 –, che comprendeva nei suoi confini l’insofferente borgo di Nuoro: ed io che venivo da Nuoro, la patria di Grazia Deledda e di Sebastiano Satta, soprattutto la mia patria, consideravo con aria ostile questa superba metropoli, dove esistevano vie, esistevano piazze, chiese, palazzi: alle cui soglie pareva arrestarsi la Sardegna e risolvere in un’estranea civiltà provinciale la sua raffinata barbarie».

CITTÀ UNIVERSITARIA. In realtà, non si trattava di una “metropoli” – aveva poco più di 36.000 abitanti –, ma di una città di provincia con una forte identità urbana, dovuta in gran parte alla presenza di un’antica Università. Sassari era allora, in qualche misura, una città universitaria, dove «la grande piazza d’Italia diventava ogni sera, e fino a tarda notte, una vociante accademia di giuristi». In questa nuova sede Satta, per sua stessa ammissione studente «senza gioia, senza vocazione, col rimpianto e più col pianto del mondo perduto», scoprì sulla via di Damasco la folgorazione che avrebbe dato una svolta decisiva alla sua vita, la vocazione per gli studi giuridici. Merito soprattutto di Lorenzo Mossa, sassarese, cattedratico di Diritto commerciale, uno studioso di un’altra generazione di giuristi (fra i due vi erano trentasette anni di differenza), che aveva dato contributi significativi in campi quasi inesplorati, come il nascente diritto del lavoro.

GRANDI DOCENTI. Così Satta ha descritto il primo incontro: «Stava allora, se mal non ricordo, in via Carlo Alberto, ed io salii come un penitente le scale della sua casa. Mi ritrovai in una stanza piena di libri, e tra i libri c’era lui come era allora, e come è poi sempre stato, perché aveva tra gli altri doni quello di mantenersi, anche fisicamente, sempre uguale a se stesso. Mi fece sedere, mi guardò di là dalle spesse lenti, mi chiese, come Farinata, dei miei maggiori. Poi parlò di sé. Ne parlò per un’ora, per due, non so, come non so cosa disse. So che man mano che parlava la stanza, nella quale già si insinuava il crepuscolo, si popolava di spiriti: talvolta staccava un libro, lo apriva, ne godeva col tatto le lucide pagine, poi leggeva qualche passo, dimentico che io non potevo assolutamente capire. Quando mi accompagnò alla porta, mi guardò fisso negli occhi: «Nella vita si possono fare molte cose – disse – e si può fare a meno di studiare diritto. Per me – e la voce si fece grave – il diritto è tutto». Mi precipitai per le scale, mi slanciai felice nella notte. Avevo trovato la mia vocazione, avevo trovato l’assurdo».

INNAMORATI DEL DIRITTO. Mossa era un professore che non soltanto riusciva a trasmettere interesse per gli argomenti dei suoi corsi, ma era capace di suscitare una vera partecipazione appassionata, come ricorda Satta: «Gli altri compagni che seguivano le lezioni in breve diventarono tutti innamorati del diritto». Fra i suoi colleghi ricordava in particolare Giacomo Delitala, suo coetaneo, ex compagno di classe all’ “Azuni”, col qualeaveva condiviso questa bruciante passione per le discipline giuridiche (appunto l “assurdo”).

LA LAUREA DI SATTA. Satta si laureò a Sassari l’11 ottobre 1924 con centodieci e lode, discutendo proprio con Mossa una tesi dal titolo “Sistema revocatorio fallimentare”. Dopo la laurea decise di intraprendere la carriera di avvocato nel foro di Nuoro – tribunale dove primeggiavano già celebri e agguerriti colleghi penalisti. Però non era tagliato per la professione di avvocato, colpa del suo carattere timido e introverso, «portato alla contemplazione e all'introspezione».

OLTRE TIRRENO. Il “borgo” natio, amato e odiato, era una prigione troppo stretta: lo descriverà con cupo pessimismo nelle pagine di quel «capolavoro della solitudine della letteratura moderna, forse in tutta la letteratura» (George Steiner) che è il romanzo postumo “Il giorno del giudizio”. Così già nel 1925 si trasferì a Milano, dove entrò in contatto con Marco Tullio Zanzucchi («fu un professore» che «non fece il professore, insegnando con lo scritto, con la parola, con la vita»), docente di Procedura civile nella neonata Università Cattolica: alla sua scuola, il seme gettato da Mossa negli anni sassaresi iniziò a dare i primi germogli.

COME IN CECHOV. Certo, l’Università di Sassari descrittaci da Satta, venata di affetto e nostalgia, rimanda a un ambiente culturalmente stimolante e, al tempo stesso, familiare, in cui maestri e allievi vivevano in simbiotica armonia e in cui il bidello, come in una novella di Anton Cechov, annunciava il termine delle lezioni con un latinissimo Finis! In realtà, il quadro non era così idilliaco. Precarietà e provincialismo erano infatti l’altra faccia della medaglia. Proprio nell’anno in cui Salvatore Satta si era trasferito a Sassari il Comune, l’Università, la Provincia, la Camera di commercio avevano dovuto lottare con le unghie e coi denti per scongiurare l'ennesima minaccia di soppressione dell’ateneo sassarese prevista nel progetto di legge del ministro Gentile.

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