Le ragioni delle donne che scelgono di non essere madri
“Lunàdigas”, il docufilm di Nicoletta Nesler e Marilisa Piga Testimonianze corali di un aspetto dell’universo femminile
CAGLIARI. Nelle tre proiezioni di “Lunàdigas” in un cinema, l'Odissea, affollato e commosso Nicoletta Nesler e Marilisa Piga portano «Leggerezza e allegria al profumo di basilico» perché «la fatica che sta dietro un lavoro lungo e difficile, non deve risultare all'esterno». Questa la cifra del docufilm che arricchisce di una pagina importante un progetto nato dieci anni fa, per indagare le ragioni delle donne senza figli.
L’infinita mole di idee e materiali (interviste, racconti, digressioni filosofiche, dibattiti da circoli femministi) accumulati nel tempo e distribuiti nel sito web omonimo, hanno trovato nel montaggio filmico sintesi, armonia e ritmo. Come se, insieme al nome, Lunàdigas sono chiamate dai pastori le pecore che non figliano, le registe avessero trovato la chiave per raccontare l’intero universo femminile che rifiuta il nesso donna- maternità, restituendo al pubblico uno spaccato sociale che attraverso il Novecento arriva fino ai nostri giorni.
Un film corale scandito dall’autorappresentazione complementare delle autrici che si esibiscono e si nascondono dietro sagome di cartamodelli presi in prestito dagli anni Cinquanta. «Per noi è stato chiaro dall’inizio – ha confessato la Nesler – che, abituate a stare dietro la macchina da presa, in questo film ci dovevamo stare entrambe, Marilisa e Nicoletta, con tutto il corpo. Non ci potevamo tirare fuori, dovevamo passare da dietro a davanti l’obiettivo».
Così nei filmati super otto che le mostrano bambine, le autrici si presentano, celebrano l’infanzia, il gioco, l’ambiente familiare e le prime suggestioni trasmesse dai genitori e nutrite di fantasie da spiriti liberi. Il tema del film offre spunto a una sequenza di riflessioni montate sull’onda dell’ironia grazie a Veronica Pivetti, Lidia Menapace, Luisa Morgantini, Lea Melandri, Margherita Hack («Io e mio marito non abbiamo mai desiderato figli, forse perché siamo rimasti bambini noi»), Marina Piperno, Maria Lai («dicevo che se avessi avuti figli li avrebbe allevati mia sorella che è nata mamma. Io sapevo che li avrei dovuti tenere a una certa distanza») e altre donne intellettuali, artiste, filosofe, teologhe. La ribellione del ’68 e del ’77 nutrono il film della consapevolezza del movimento femminista, ma la scelta del frammento, della testimonianza istantanea, restituiscono una varietà di emozioni che consegnano “Lunadigàs” al cinema, perché in questo film si ride, ci si commuove, ci si identifica, si coltivano i ricordi.
Anche i monologhi impossibili di Lilith, Coco Chanel, Giovanna d’Arco, Rosa Luxemburg, scritti da Carlo Antonio Borghi contribuiscono a segnare il ritmo del film senza appesantirlo di citazioni.
Delle pratiche delle donne Lunàdigas rende anche l’abitudine al confronto, quel ritrovarsi sedute in cerchio a parlare di sé, una per volta, attente e in ascolto. Un metodo che sembra consegnato alla storia ma sarebbe utile riproporre alla politica. Giovani generazioni appaiono nel film nelle interviste alle rugbiste, alle giovani donne ancora indecise, agli adolescenti che fuggono lungo il Poetto.
Le città sullo sfondo, quell’incessante camminare alla ricerca di risposte che sfiora con grazia anche il gruppo degli Simblings, i fratelli di portatori di handicap gravi negli orti botanici e negli atelier; tutto descrive un gusto per la cura, per lo stare bene insieme che è un’altra lezione delle madri. Come il gioco a perdersi nei tracciati di un cartamodello, armate di lapis, forbici, cartoncino e colla a costruire nuove traiettorie. Prossima parola nel mirino delle lunàdigas: menopausa. Nelle trappole della lingua le incrostazioni di un disvalore da capovolgere.
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