“Meta Maus”, tutto l’orrore dell’Olocausto
Il Premio Pulitzer Art Spiegelman a venticinque anni dal capolavoro “Maus” torna a raccontare la tragedia dello sterminio
Perché a fumetti? Perché i topi? Perché l’Olocausto? Attraverso un’introduzione memorabile Art Spiegelman spiega con una serie di vignette i motivi che stanno dietro alla pubblicazione del libro. Rispondere nel modo più esauriente possibile a domande che lo inseguono ormai da una vita. Che si è sentito rivolgere chissà quante volte. I perché della scelta di parlare della Shoah usando il fumetto come mezzo d'espressione e raffigurando i personaggi con fattezze di animali. Interrogativi che Spiegelman, venticinque anni dopo la pubblicazione del primo volume di “Maus”, approfondisce in un libro originale costruito come una lunga intervista-conversazione con la studiosa Hillary Chute. “MetaMaus”, uscito negli Stati Uniti nel 2011 ma solo adesso in Italia grazie a Einaudi (300 pagine, più un dvd allegato ricchissimo di materiale), è un imperdibile viaggio dietro le quinte di un capolavoro, dentro il passato di Spiegelman e il processo creativo che lo ha portato a realizzare un’opera famosa in tutto il mondo, viatico alla Giornata della memoria che si celebra domani.
LA STORIA DISEGNATA. Difficile trovare un esempio più influente di narrazione per immagini. “Maus” ha in qualche modo cambiato la percezione del fumetto, conferendogli una dignità letteraria, affermata oggi tramite la definizione di graphic novel di cui Spiegelman è da molti considerato il padre. Al di là del termine, diffuso e anche abusato (lo stesso autore riconosce come si tratti più che altro di operazione di marketing), resta la forza di questo fumetto capace come nessun altro libro o film di raccontare l’Olocausto. E la percezione della Shoah della generazione successiva, quella dei figli alla quale appartiene il fumettista. Tragedia a lungo rimossa – Spiegelman rivela di aver capito cosa avevano passato i genitori solo quando processarono Eichmann nel 1961 – sino all’ondata di interesse e divulgazione degli ultimi decenni alimentata anche dal successo di “Maus”. Successo testimoniato non solo dal Premio Pulitzer, ma già prima da altri riconoscimenti importanti per un’opera pubblicata work in progress e racchiusa in due parti, uscite rispettivamente nel 1986 e nel 1991.
VLADEK E ANJA. La storia di “Maus” comincia nel 1972 quando Art Spiegelman comincia a registrare delle interviste con Vladek, il padre deportato ad Auschwitz. Il dramma del genitore, ebreo polacco, rivive grazie a quella testimonianza diretta, che il fumettista trasforma, a partire dalla fine degli anni Settanta, in un racconto di parole e immagini collegandolo anche al presente. Una narrazione su più livelli capace con estrema efficacia di rendere collettiva la memoria personale e familiare. Ma insieme a Vladek nel più famigerato campo di sterminio nazista c’era anche la moglie, Anja. Sopravviveranno e dalla loro unione nascerà nel 1948, a Stoccolma prima che la famiglia emigri negli Stati Uniti, il futuro grande autore. E la madre da un certo punto di vista è protagonista di “Maus” come il padre e lo stesso fumettista. Sopravvissuta al lager, muore suicida quando Art è poco più che un ragazzo. La lunga storia a fumetti appare anche come una ricerca intima della madre attraverso la testimonianza non solo di Vladek, ma anche di altre persone che hanno conosciuto Anja. Significativa in “MetaMaus” una parte dove raccoglie appunti di conversazioni con alcune donne che sono state prigioniere nei campi con la madre.
TOPI, GATTI E MAIALI. Ventenne, parte di una comunità di fumettisti concentrata a San Francisco, Spiegelman decide di usare per i personaggi fattezze animali. La primissima apparizione è nel 1972 su “Funny Animals”, con una storia di tre pagine in cui raffigura gli ebrei come topi e i tedeschi come gatti. Riprenderà la metafora nel libro dove compaiono anche tanti altri animali: i polacchi diventano maiali, gli americani dei cani, gli inglesi dei pesci. Metafora quella dei topi di grande impatto. Topi come li vedevano i nazisti. Una raffigurazione forte, in cui il surreale si inserisce nel ricordo di una terribile realtà.
ARCHIVIO MULTIMEDIALE. Nel libro, strutturato come una lunghissima intervista-dialogo tra Spiegelman e Hillary Chute, si trovano tutte le risposte alle domande che un lettore di “Maus” potrebbe fare al suo autore. A completare questo fondamentale testo di approfondimento, c'è in allegato un dvd che raccoglie una impressionante quantità di materiale. In particolare contiene una copia di consultazione digitale di entrambi i volumi di “Maus” con le pagine del libro dotate di un collegamento ipertestuale a un ricco archivio di schizzi e bozze. Ci sono poi filmati, supplementi vari e soprattutto le interviste al padre, sia trascritte sia audio.
LA SHOAH A FUMETTI. Con il suo lavoro Spiegelman ha aperto la strada ad altri fumettisti che nel corso degli anni hanno trattato il tema dell’Olocausto. Tra le opere pubblicate in Italia si possono ricordare “Yossel” di Joe Kubert, “La seconda generazione. Quello che non ho detto a mio padre” di Michel Kichka, “Sono figlia dell’Olocausto” di Bernice Eisenstein, “Anne Frank. La biografia a fumetti” di Sid Jacobson e Ernie Colón , “Noi non andremo a vedere Auschwitz” di Jeremie Dres, “Jan Karsky. L’uomo che scoprì l’Olocausto” di Marco Rizzo.
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