La Nuova Sardegna

L’Amleto di Pecci giovane in rivolta contro l’ingiustizia

La compagnia Molière al Teatro Massimo di Cagliari Un’efficace Maddalena Crippa nel ruolo della regina madre

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CAGLIARI. Ha l’irruenza di un giovane uomo e la necessità esistenziale di riflettere sulla propria natura, di ragionare sull’essere umano, di chi entrando nell’età adulta si chiede quali siano le proprie responsabilità, l’Amleto proposto da Daniele Pecci, protagonista e regista dello spettacolo molto applaudito della compagnia Molière in scena al Massimo sino a domani, nel cartellone della stagione teatrale Cedac. Non un “pallido prence”, dunque, ma un giovane che passa dalla malinconia all’indignazione quando si accorge dei danni del potere e della corruzione del mondo. E sa che spetterà, superati i dubbi e le remore che lo frenano all’azione, a lui, soprattutto a lui, «suddito della sua nascita», figlio di re in un regno corrotto, cercare di cambiarlo.

Pecci disegna bene il ritratto di un giovane che deve amaramente rinunciare alla gamma di possibilità della gioventù, infiammato dalla sete di giustizia e dal bisogno di vendicare i tradimenti, dato che è nella sua stessa famiglia, nella sua corte, che si annida il marcio. Il «non essere» non è contemplato, dunque, Amleto dovrà «essere» sino in fondo. E agire soprattutto, perché il suo sarcasmo amaro e a volte feroce non sarà sufficiente ad emendare nessuno.

Per rendere più efficace questa riuscita chiave di lettura, per prima cosa il regista immerge l’azione in uno spazio astratto e quasi sospeso nel tempo, tracciato da alte pareti formate da rettangoli metallici rugginosi, sorta di finestre cieche, di specchi e quadri che non hanno più nulla da mostrare, una geometria claustrofobica che lascia solo intravvedere la luce esterna in un cangiare di colori dal bianco puro al rosso cupo (luci di Mirko Oteri). A segnare cronologicamente sono i costumi firmati da Maurizio Millenotti e da Elena Del Guerra, ispirati agli anni trenta del Novecento, in un trompe-l'œil scenico che sembra rimandare a una dimensione pirandelliana.

Ma soprattutto Pecci cura con sicurezza un adattamento che punta sulla chiarezza del linguaggio, asciuga e rende più trasparenti le metafore shakespeariane, guida l’ottimo cast a tenere il ritmo e ad una misura che non rinuncia a ben definite caratterizzazioni. Con le sue torsioni voluttuose e teatrali la regina di Maddalena Crippa, che ricorda una delle donne in verde dipinte da Tamara de Lempicka, è una Gertrude magistralmente scissa tra l’amore materno ed il colpevole opportunismo al fianco del nuovo marito re Claudio, del quale Giuseppe Antignati rende appieno la vigliaccheria meschina, inabile persino nel pentimento. Ben riuscito il Polonio di Rosario Coppolino, zelante ed intrigante in modo efficacemente ridicolo, delicata e al contempo graffiante sa essere Maria Chiara Di Mitri in Ofelia. Ben curata e godibile è la scena della rappresentazione teatrale, a partire da Sergio Basile (che è anche lo spettro del vecchio re Amleto).

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