Un’isola raccontata attraverso il suo vino
Oggi e domani la quinta edizione, dedicata ai vitigni autoctoni della Sardegna. Vincente l’idea dello chef Roberto Petza
SASSARI. Siddi ha poco più di seicento abitanti ed è in una zona, la Marmilla, che più soffre il problema dello spopolamento ma ancora una volta grazie all’enogastronomia riesce a fare tesoro delle risorse locali e diventare un centro di eccellenza. Il “Siddi Wine Festival”, in programma oggi e domani, vedrà il consueto assalto di curiosi ai banchetti delle degustazioni ma non vivrà solo di questo. Anzi, è stato studiato per evitare di finire nel calderone delle troppe manifestazioni “mordi e fuggi” che già il giorno dopo non lasciano più traccia ma vuole essere il racconto del territorio attraverso il vino. Ci riesce benissimo, visto che si tratta di una manifestazione che è nata quasi per caso ed è giunta alla quinta edizione facendo registrare numeri ogni anno più significativi anche a livello economico.L’idea è venuta a Roberto Petza, chef stellato della Locanda S’Apposentu, che ha avuto l’illuminazione in una giornata estiva «chiacchierando con un giornalista specializzato - racconta -. Eravamo ai primi di agosto, a Ferragosto ne ho riparlato con un mio collaboratore e ci siamo resi conto che in realtà non avevamo fatto nulla. Ci siamo guardati in faccia e alla fine abbiamo deciso di provarci sul serio. Abbiamo chiamato cinque cantine amiche che hanno subito aderito, lungo strada abbiamo avuto tante altre adesioni tanto che nel giro di quindici giorni sono diventate settanta».
E non vi siete più fermati.
«Sapete, siamo un po’ megalomani... La nostra realtà è molto piccola eppure molto ricercata, alla nostra iniziativa ne sono seguite tante altre in ogni angolo della Sardegna. Così abbiamo deciso di cambiare tiro, differenziarci. Il nostro standard è quello di avere soltanto vini naturali e prodotti con grande attenzione al territorio».
Quest’anno il tema è particolare: i vitigni autoctoni.
«Lo abbiamo scelto per non disperdere quello che è un vero tesoro. Nella nostra isola abbiamo un vero patrimonio di vitigni autoctoni che fa invidia a tutta l’Italia eppure sembra che esistano soltanto il Vermentino e il Cannonau. Eppure sono proprio i vitigni autoctoni che possono dare la spinta a un territorio».
Un vino può davvero raccontare un territorio?
«Assolutamente, resto fermamente convinto di questo. Immaginate quando qualcuno dall’altra parte d’Europa o del mondo assaggia un vino delle Langhe o della Marmilla: quasi sempre va a cercare informazioni sul posto dove è prodotto, si informa, si documenta. Per questo il vino può essere un volano e un veicolo di promozione».
Avete due date.
«La risposta è stata ottima, ci siamo dovuti fermare a settanta perché siamo in un posto piccolo e più di tanto non possiamo fare, ci aspettiamo un migliaio di visitatori. La seconda data è stata aggiunta per dare qualcosa in più agli operatori, che avranno un momento più tranquillo dedicato a loro per confrontarsi, parlarsi, avere idee».
Ha parlato di una selezione rigorosa dei partecipanti.
«Vogliamo solo vini prodotti in una certa maniera e soprattutto non vogliamo che sia un semplice momento di degustazione. Nello stand non basta che ci sia un sommelier, deve esserci il produttore che racconta come si fa quel vino e dove. Il discorso che faccio io è che nessuno della mamma può raccontare il figlio, se assaggi un vino e poi fai certe domande a un sommelier non ti può rispondere. Il nostro è un festival dove il pubblico e i produttori si ritrovano a parlare. E infatti raramente ho visto gente ubriaca, questo per farvi capire che tipo di manifestazione sia la nostra. Tra l’altro ci autofinanziamo, nei primi tre anni siamo anche andati un po’ sotto ma fa parte del gioco, l’anno scorso eravamo già in pareggio».
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