La Nuova Sardegna

Quei mondi lontani e misteriosi

Nel manoscritto di Giò Battista Cristina luoghi affascinanti e tanta vita di bordo

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SASSARI. A fornire il manoscritto di Giò Battista Cristina a Paolo Puddinu, è stato il suo attuale possessore Tonino Mundula che – come si legge nell'introduzione del libro – lo ha ricevuto vent'anni fa da monsignor Francesco Amadu.

In precedenza, sino al 1970, era stato custodito da Annetta Biddau-Saba che lo aveva ereditato dal notaio Gavino Biddau Saba, entrato in possesso di quel quaderno dopo il sequestro da parte del tribunale di Sassari dei beni di Francesco Bertoletti Sequi. A quest'ultimo, figura di spicco nella Ozieri di seconda metà dell'Ottocento, è dedicato il manoscritto. Giò Battista Cristina, nato in una povera famiglia di Sassari, era stato accolto nella ricca famiglia ozierese e aveva ricevuto una buona educazione. Il diario (di fatto un quaderno di 180 pagine, come ricorda Paolo Puddinu) è scritto molto bene, una lettura che trasmette emozioni come un romanzo d'avventura.

Con il valore aggiunto che si tratta di una testimonianza diretta dal grande valore storico. Un'acuta osservazione della vita di bordo, non dall'alto come al solito ma dal basso. Attraverso gli occhi di un marinaio che racconta una quotidianità che ufficialmente non poteva e non doveva trasparire all’esterno. E allo stesso tempo offre un meravigliosa documentazione di mondi lontani visitati in questo lungo viaggio: il passaggio dal Canale di Suez, il Mar Rosso, Singapore, Hong Kong, l'Australia, la navigazione verso Capo Horn e ovviamente il Giappone che occupa un posto particolare nelle pagine del diario. Un testo fondamentale dunque per la ricostruzione della missione della Vettor Pisani.

Il piano di viaggio, sottolinea il professor Puddinu nell'introduzione del libro, prevedeva in origine la circumnavigazione del globo e un lungo stazionamento nei mari del Giappone per tutelare gli interessi dei bachicoltori italiani che si recavano nel Paese del Sol Levante per la campagna d’acquisto dei semi di baco da seta. A metà dell'Ottocento la sericoltura dell'area del Mediterraneo era stata infatti sconvolta dall'epidemia di pebrina (malattia del baco da seta originata dalle spore ingerite dal baco stesso insieme alle foglie) che aveva provocato la crisi delle industrie seriche dell’Italia del Nord, dove si concentrava la maggioranza dei produttori di seta. Da qui la necessità di spingersi in varie parti del mondo alla ricerca di aree ancora non raggiunte dalla malattia. Sino al lontano Giappone. (f.c.)

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