La Nuova Sardegna

“Escape room” mania Dentro quattro mura un mistero da brivido

di Sabrina Zedda
“Escape room” mania Dentro quattro mura un mistero da brivido

Arriva anche in Sardegna il detective game diventato cult Giocatori di tutte le età, dagli adolescenti ai settantenni

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CAGLIARI. Che cosa fareste se veniste rinchiusi in un luogo cupo e misterioso e aveste solo sessanta minuti di tempo per fuggire? Non si tratta della trama di un film: è esattamente quello che succede nella escape room (letteralmente stanza da cui scappare), un nuovo modo di giocare, da praticare rigorosamente in gruppo, che da qualche mese sta spopolando anche in Sardegna. Via telefonino e ogni diavoleria tecnologica: per giocare nella escape room serve soprattutto usare la testa, avere spirito di gruppo, e non aver paura di rovistare ovunque. Perché è solo attraverso la raccolta di indizi, la risoluzione di rompicapo e la scoperta di ogni altro elemento che possa aiutare a dipanare il mistero, che si può arrivare ad aprire la porta verso la salvezza.

Tiziano Tunerani, 28 anni e un lavoro come meccanico, è quello che, con altri due soci, ha aperto, nel giugno 2016, Captivita, la prima escape room dell’isola: in un appartamento della centralissima via Sonnino ha trasformato due stanze nell’incubo di molti. La prima stanza, “Paranoia”, cela nelle sue quattro mura, tra libri invecchiati dal tempo e divani, il segreto inconfessabile di una vicenda accaduta intorno agli anni Quaranta e sui cui mai nessuno prima ha indagato. La seconda, “Bunker”, riporta indietro negli anni del secondo conflitto mondiale. «Ho conosciuto questo tipo di gioco a Milano un anno fa e ci ho subito perso la testa», racconta Tiziano. Che da quel momento, con i suoi soci, ha cominciato a lavorare al suo progetto di portare una escape room anche in Sardegna: «In quattro mesi – spiega – abbiamo costruito le storie, ideato le stanze e pensato agli enigmi. Poi abbiamo acquistato gli arredi, cercandoli tra i mercatini dell’antiquariato e quelli dell’usato». Una ricerca quasi maniacale, perché nella escape room è fondamentale che le ambientazioni rispecchino anche nei più piccoli dettagli la storia e l’epoca in cui questa è ambientata. Così, prosegue Tiziano Tunerani, alla prima stanza, pochi mesi dopo è seguita la seconda.

Sull’ondata della escape room a ottobre, sempre nel centro di Cagliari, ma in via Mameli, è arrivata anche “Lost room”, gestita da una giovane coppia: Filippo Manca e Fausta Laddomada, insieme ad alcune amiche.“L’escape room nasce come videogioco – spiega Filippo Manca – E’ solo nel 2006 che avviene il passaggio al reale. Io ho saputo di questo tipo di giochi da un articolo di giornale: sono rimasto così incuriosito che dopo sono volato a Milano e aTorino per vedere da vicino».

Il resto è nato dalla fantasia di Filippo e di Fausta, che si sono inventati la stanza “Manicomio”: al suo interno è racchiusa una storia ricca di phatos, e un mistero da svelare, in cui rompicapo e indovinelli s’intrecciano con citazioni da celebri film, romanzi e serie tv. «Nella costruzione della trama ci è stata di grande aiuto l’esperienza maturata in parrocchia come organizzatori dei campi scuola», dice Fausta con un sorriso. Dopo “Manicomio”, due nuove stanze stanno per essere inaugurate nella Lost room: “Quantico” (un gioco poliziesco ambientato nel 1989) ed “Emporium”, che si rifà al genere fantasy. Tra ambientazioni macabre, musiche altamente ansiogene, sussurri capaci di tenere con il fiato sospeso, e persino oggetti che cadono all’improvviso, i giocatori (minimo due massimo sei) devono cercare di non perdere la testa davanti ai minuti che scorrono. Nei momenti di stallo lo staff può dare una mano, ma bisogna stare attenti perché gli aiuti sono limitati.

«Sinora abbiamo avuto giocatori di tutte le età, dai tredicenni ai settantenni – dice Tiziano Tunerani – I ventenni sono quelli che arrendono più facilmente, mentre i più anziani si sono rivelati i più bravi». Meglio uscire vittoriosi, piuttosto che perdere, anche perché rimanere nella stanza potrebbe riservare brutte sorprese. Ma comunque vada, ciò che importa davvero è costruire un forte spirito di squadra: sono le intuizioni, diverse per ogni giocatore, a portare verso la risoluzione del gioco.

«Una escape room è un buon motivo per staccare da tutto e offre l’occasione per ridere e giocare di gusto – osserva Fausta Laddomada – Inoltre permette di attivare dinamiche positive tra le persone. Qualche terapeuta, entusiasta, ha persino consigliato ai suoi pazienti di giocare».

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