«Ecco perché non riusciamo a battere il Califfato nero»
L’Is è finanziato dall’Arabia Saudita, alleato strategico degli Usa in Medioriente Al-Baghdadi e gli altri teorici del terrore vengono dal carcere americano di Bucca
Agosto 2014: lo Stato islamico è tale già da un mese, mentre nei media e nelle cancellerie occidentali si parla d’altro. Corrado Formigli lascia gli studi televisivi della 7 per tornare nel Medioriente in fiamme. Si spinge, primo reporter, fino a Kobane assediata dall’Is: vuole capire e raccontare quel mostro nero che, addestrato e armato, dilaga tra Iraq e Siria, contrastato solo dai Peshmerga kurdi, ciabatte ai piedi e vecchi fucili. Il falso nemico. Perché non sconfiggiamo il Califfato nero (Rizzoli, 218 pagine, 18 euro) è il racconto di un’avventura vissuta in prima persona a rischio della vita, e insieme una riflessione ben documentata e libera da pregiudizi sulle responsabilità, complicità e superficialità che hanno favorito il gioco di specchi che oggi ci troviamo a subire nella inedita guerra allo Stato islamico. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Dopo vent’anni di reportage di guerra, dello Stato islamico lei dice che è un orrore mai visto prima...
«Lo Stato islamico, l’ho visto con i miei occhi, è il male assoluto. Come nel nazismo vige la logica dell’annientamento di ogni diversità, opposizione, minoranza. Non è solo compiere quegli atti atroci, ma diffonderli sul web. Treblinka fu rasa al suolo, i nazisti se ne vergognavano; l'Is organizza la propaganda per diffondere gli orrori».
Eppure è il falso nemico. Parliamo di una strada, la Highway 47, che collega le due capitali dello stato islamico, Raqqa e Mosul. Viene lasciata integra dalla coalizione anti Isis. Perché?
«È un grande mistero. Quando sono arrivato a Sinjar, ed eravamo nel dicembre del 2015, lo Stato islamico era appena stato cacciato dalla città, dai Peshmerga curdi e dagli Yazidi. Per arrivarci si attraversa la Highway 47. Da lì passano merci, soldati, vettovaglie dell’Isis. È controllata dall’alto dai droni e dai jet della coalizione anti Isis e, dalla montagne che si affacciano sull’autostrada, dalle postazioni dei Kurdi. Ho scoperto che non era mai stata bombardata. I Kurdi vedevano passare i carichi dell’Isis ma non li colpivano perché il comando americano lo ha sempre impedito. La distruzione dalla Highway 47 avrebbe complicato molto le cose all’Is. Gli americani non hanno voluto distruggere quell’autostrada perché conveniva loro la situazione di guerra? Solo due anni dopo un bombardamento ha bloccato l’autostrada».
A chi conviene proteggere l’Is?»
«L’Arabia Saudita, alleato storico degli Usa, ha finanziato lo Stato islamico: risulta anche da una email scritta da Hillary Clinton, diffusa da Wikileaks. La Highway 47 potrebbe essere uno dei prezzi pagati dagli Usa per non rompere i rapporti con l’Arabia saudita».
Qual è il ruolo giocato dai kurdi?
«Sono gli unici che hanno davvero affrontato Is, spesso in ciabatte e male armati. A Kobane ho incontrato ragazzi kurdi-siriani che morivano buttandosi sotto le ruote dei cingolati pieni di tritolo dei kamikaze dell’Is. Per la prima volta ho visto una zona in conflitto in cui non c’erano terze parti: niente Ong, ambulanze, Croce rossa, forze di interposizione. I turchi non permettevano di passare il confine agli aiuti. I kurdi che ho conosciuto sono quelli che hanno vinto la grande battaglia di Kobane».
Lei parla spesso di gioco di specchi tra Occidente e Stato islamico.
«Soprattutto nella propaganda del califfato nero. Affacciandosi su questo mostro ci si accorge che da un lato utilizza strumenti medievali di tortura e di uccisione, dall’altro utilizza i nostri codici di linguaggio. Usa il linguaggio del cinema di Spielberg e quello dei videogames sparatutto tipo Call of duty. In Flames of War, video ufficiale dell’Is, ci sono citazioni dal film “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg. In ciò è il gioco di specchi: lo guardi come altro da te e poi riconosci un gusto che ti appartiene».
Perché arrivano i loro video su Internet se sono nostri nemici?
«Questo è l’altro grande mistero. La propaganda viaggia su web: serve un collegamento Internet, un satellite. Le parabole piazzate sui tetti di Raqqa sono conosciute dalle aziende occidentali che mandano i satelliti in orbita. Questo flusso non è stato interrotto. Forse serviva alle intelligence occidentali per controllarli, ma i risultati della guerra e le stragi non incoraggiano a pensarla così. Altra ipotesi è che alle società che devono rientrare dagli investimenti non importa chi utilizzi i satelliti. Oppure si può pensare che ci siano state complicità».
Cosa è Camp Bucca?
«Camp Bucca è una prigione statunitense nel sud dell’Iraq. Ci sono passati al Baghdadi e tanti altri che poi diventeranno la spina dorsale dell’Is. Al Baghdadi nel 2004 viene incarcerato lì. Nessuno ne intuisce la pericolosità. Gli americani, pasticcioni, mettono nello stesso carcere fondamentalisti come al Baghdadi e gli ex ufficiali del partito Baath di Saddam. Dall’unione di tecnocrati – che hanno fatto le accademie occidentali e che conoscono le nostre intelligence – e di fondamentalisti tagliagole, nascerà l’Isis, che avrà questa doppia forza: fanatismo e preparazione militare».
E ora c’è il nuovo presidente Usa.
«Dabiq, la rivista dello Stato islamico, teorizza che le stragi in Occidente siano necessarie per cancellare le zone grige dell’Islam, cioè gli islamici moderati. Ma lo stesso effetto posso avere le politiche discriminatorie di Trump. Gli jihadisti esultano per il blocco deciso dal nuovo presidente Usa».
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