La Nuova Sardegna

Le foto dell’insondabile Al Man le esplorazioni di Berenice Abbott

di Paolo Curreli
Le foto dell’insondabile Al Man le esplorazioni di Berenice Abbott

Il museo presenta il lavoro di una pioniera dell’immagine Ottantadue stampe originali per la prima volta in Italia

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NUORO. Inaugurato ieri il terzo appuntamento del grande ciclo che il Man ha dedicato alla street photography. Per la prima volta in Italia il museo propone una fondamentale personalità della storia della fotografia: Berenice Abbott. Una selezione di ottantadue stampe originali realizzate tra la metà degli anni Venti e i primi anni Sessanta. La mostra, a cura di Anne Morin, esplora in tre macrosezioni – Ritratti, New York e Fotografie scientifiche – il talento di Berenice Abbott e fornisce un quadro generale della sua variegata attività.

Una fotografia multiforme che attraverso il percorso espositivo restituisce il fulcro principale e la costante dell’opera di Berenice Abbott: la sua incrollabile fede in se stessa, la volontà di affermazione al di sopra degli stereotipi di genere e una curiosità insaziabile che l’ha spinta a utilizzare la fotocamera per «vedere le cose come realmente sono», attraverso l’obiettività «non quella di una macchina, ma la sensibilità dell’essere umano» e la fiducia nel suo sguardo «pongo al centro la mia selezione personale, mi fido di essa perché sono nata fotografa, cerco di creare un ordine nelle cose che vedo per fornire al contesto visivo una struttura intellettuale». Come dice nelle interviste nel documentario a corollario della mostra – che il Man ha fatto tradurre – , strumento fondamentale per comprendere Abbott e il suo universo visivo. Questa voglia di affermazione la spinge dall’Ohio – dove nasce nel nel 1898– a trasferirsi a New York nel 1918 per studiare scultura. Qui entra in contatto con Marcel Duchamp e con Man Ray, esponenti di punta del movimento dada. Con Man Ray, in particolare, stringe un rapporto di amicizia che la spingerà a seguirlo a Parigi e a lavorare come sua assistente tra il 1923 e il 1926. Sono gli anni ruggenti di Parigi, vera capitale culturale del mondo intero, tutte le rivoluzioni avvengono li, ma Berenice non è Kiki De Montparnasse, musa, amante e mascotte di artisti e intellettuali, primo fra tutti proprio Man Ray. La Abbott non è una coprimaria (e il suo corpo non è un oggetto che diventa violoncello) orgogliosamente donna e lesbica apre un suo studio accanto a quello di Man Ray (che non la prende bene).

Sono di questo periodo i ritratti in mostra, davanti al suo obiettivo passano nomi importanti dell’arte e il belmondo di Parigi. Fra i tanti volti quello famosissimo di James Joice. Una esplorazione, nelle donne ritratte, anche dell’identità sessuale. A Parigi scoprirà l’opera di Eugène Atget, fotografo lontano dalle sperimentazioni del Dada, che documenta la scomparsa della vecchia Parigi, Berenice acquista le foto di Atget e ne sposa la poetica. La metamorfosi della città, la nascita della metropoli. Questo è quello che sta accadendo e la fotografia lo deve documentare.

La Abbott ritorna negli Usa nel 1930, il Paese è impegnato a scrollarsi di dosso la depressione, attraverso il progetto di finanziamento delle arti da parte dello stato, realizza “Changing New York”. Un lavoro imponente che l’assorbirà per diversi anni, e dove metterà a frutto tutto il suo talento. In questa sezione emergono innanzitutto la sue capacità tecniche, prospettive vertiginose e virtuosistiche profondità di campo, ma anche uno sguardo poetico sulla città ottocentesca che scompare per far posto ai grattacieli.

Una ricognizione urbana ai margini della street photography più nota. Interessante e più rilassato lo sguardo di U.S. Route 1, scatti ripresi durante un viaggio con la sua compagna di una vita, la storica dell’arte Elizabeth McCausland.

Chiuso il capitolo della documentazione urbana Berenice Abbott scopre – alla fine degli anni ’30– che «quello che sta cambiando oggi è nel mondo della scienza». Per documentare questa rivoluzione Berenice metterà a frutto la sua competenza e la sua creatività. Inventerà e brevetterà numerosi strumenti ottici sofisticati o un geniale “cappotto blu” che accoglie gli strumenti del fotografo. In mostra incredibili scatti con cui Berenice Abbott riesce a fotografare l’insondabile. Importante e pionieristica documentazione scientifica, ma anche – con uno sguardo più poetico – immagini che ricordano l’universo surrealista e dada degli anni parigini. Nel 1944 diverrà responsabile fotografica della rivista Science Illustrated, ma non sarà una strada facile, osteggiata da un mondo ostile e maschilista Berenice utilizza tutta la determinazione per realizzare i suoi progetti che saranno tanti e fondamentali.

Il suo lavoro al Man è un omaggio a una donna pragmatica e a un’artista capace di cogliere i mutamenti. «Il mondo non vuole le donne indipendenti, e non capisco perché» dichiarerà alla festa per il suo 93esimo compleanno.

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