Migranti sul palco di Broadway Un valzer di George Gershwin tutto dedicato alla Sardegna
Tra gli ingredienti del musical “Tell me more” c’è anche un aroma isolano L’immigrazione sarda nella New York del 1925 e la nostalgia per la terra lontana
PAOLO CARTA. Nei primi mesi del 1925, una commedia musicale, fece in qualche modo circolare il nome della Sardegna tra i newyorkesi. L’autore delle musiche era George Gershwin mentre i testi erano di Buddy De Sylva e Ira Gershwin. Il musical si intitolava Tell Me More. Nel bel mezzo del secondo atto, in modo del tutto inatteso, lo spettatore poteva ascoltare un brano intitolato In Sardinia (Where the Delicatessen flows), un nonsense che parodiava con straordinaria ironia tutti i caratteri delle tipiche conversazioni tra migranti: la nostalgia per la bellezza del luogo lasciato, le sue ricchezze e la perdita di status che caratterizza la vita dell’esule.
È inutile cercare nella canzone un’attendibile rappresentazione dell’isola e chissà poi se effettivamente pensassero ad essa quando i tre scrissero il brano.
Gioco di rime. Il testo denso di immaginazione è tutto giocato sulle rime, che costituivano il vero divertimento di Ira Gershwin. Sui motivi che portarono gli autori a scegliere quel titolo, fino a che non siano possibili ulteriori ricerche sulle carte dei Gershwins, si possono solo formulare deboli ipotesi. Quando Gershwin, allora ventisettenne, compose Tell me more, era già l’acclamato autore di musiche divenute leggendarie, tra cui Rhapsody in Blue eseguita per la prima volta nel 1924, all’Aeolian Hall, con la conduzione di Paul Whiteman e salutata come «the finest piece of music ever written in the U.S».
Cento repliche. Il 1925 fu un anno particolarmente febbrile, che lo vide impegnato oltre che in Tell me more (originariamente intitolata My Fair Lady e da cui dipenderà il celebre musical di Lerner e Loewe del 1956), anche in un’altra commedia musicale, di notevole successo, Tip-Toes, con la stessa produzione che l’anno precedente aveva dato vita al memorabile Lady Be Good! . È anche l’anno dell’incontro con Stravinsky, della collaborazione con il violinista Samuel Dushkin per la composizione di Short Story e del Concerto in FA eseguito in prima mondiale a New York il 3 dicembre. Tell me more andò in scena per la prima volta al Gaiety Theatre di New York il 13 aprile 1925 ed ebbe un centinaio di repliche, non tante se paragonate ad altre produzioni. Andò meglio a Londra, dove fu rappresentato in prima europea un mese dopo l’apertura newyorkese, alla presenza dello stesso George Gershwin e con alcune modifiche rispetto alla versione americana.
Intreccio di equivoci. La trama di Tell me more, in cui è presente la canzone In Sardinia, si gioca su un intreccio di equivoci, che fanno da sfondo alle storie d’amore dei protagonisti. La commedia musicale inizia con un ballo in maschera a Manhattan e si sposta poi in un atelier di moda, la Maison Elise sulla Fifth Avenue e quindi a Viewport, nella residenza estiva di una ricca famiglia newyorkese. In essa si mescolano intelligentemente e con umorismo molti motivi tipici dei Cinderella musicals, tanto in voga all’epoca. È nella residenza di Viewport, che l’umile sarto Monty desideroso di sposare la ricca Jane, figlia di un finanziere che ricambia il suo amore, tenta di conquistare l’approvazione dell’aristocratica famiglia della futura sposa, intonando le note di In Sardinia (Where the Delicatessen flows). Il personaggio è interpretato da Lou Holtz, in quegli anni particolarmente noto per la sua parodia di Oh Sole Mio! .
Paradiso perduto. In Sardinia è uno dei rarissimi valzer composti da Gershwin ed è chiaramente una parodia del brano di Jerome Kern e Clifford Grey The Schnitza Komisski, incluso nel fortunatissimo musical Sally del 1920. In quest'ultimo, Connie, pur lavorando come cameriere, rivelava di essere in realtà nientemeno che Constantine, duca in esilio della immaginaria Czechogovinia. Nel brano si decantava lo splendido clima e il magnifico mondo dal quale egli proveniva, un luogo particolarissimo, nel quale le persone erano meravigliose e uniche, si diceva ironicamente. Amavano così tanto le rivoluzioni, da metterle in atto almeno una volta a settimana, così che era possibile diventar Re la domenica e non contar più niente il lunedì successivo. In Sardinia segue questa traccia. Il protagonista esalta la terra da cui è dovuto partire, Sardinia, appunto, che con la complicità dei rimari dell’epoca, finiva per trovarsi non molto distante dall’Armenia (Sardinia/Armenia). Si sa che Ira amava le rime e che per scovarne una buona era capace di lavorarci su notti intere. Del resto lo dichiarò esplicitamente in molte delle sue canzoni, ma soprattutto in I love to rhyme . La Sardegna è in questa circostanza nient’altro che un pretesto per riassumere tutti i luoghi dell’immigrazione, con il campionario di motivi che li accompagnavano nelle conversazioni ascoltate per la strada.
Delicatessen. Le meraviglie della propria terra ancestrale, con le sue tante risorse, appartengono a un luogo ormai abbandonato per sempre. Howard Pollack suggerisce che proprio il nome Delicatessen dato al fiume che scorrerebbe in questa terra immaginaria chiamata Sardinia, potrebbe esser nato dall’associazione Sardinia/sardines (i pesci). Associazione tipica, per l’epoca, come si è detto, e frequente anche in altre commedie musicali di quegli anni. Come ad esempio in una Cinderella, messa in scena nel 1924 in Inghilterra al Wimbledon Theatre e prodotta Herbert Cottesmore, che conteneva tra i suoi titoli più noti e apprezzati anche la canzone Sardines swimming in Sardinia.
A title is vital. Non è purtroppo possibile dire molto di più di questo brano. Ciò che forse si può fare è tentare di formulare qualche debole ipotesi circa la scelta del titolo. Come sappiamo, dalle stesse parole di Ira Gershwhin, il titolo di una canzone significava davvero tutto per lui. Lo aveva scritto chiaramente in un suo articolo, intitolato Words and Music, pubblicato sul New York Times: «Per me le cose veramente importanti in una canzone sono il titolo e l’idea. Prendo un’idea, la illustri come un teorema nel titolo e poi la dimostri». Una canzone di una commedia musicale non era una poesia, non la si poteva leggere e studiare su un foglio di carta: doveva colpire lo spettatore immediatamente, al primo ascolto. Un buon testo poteva anche essere profondo o nascondere un mondo intero da decifrare, ma secondo lui, tutto ciò andava presentato con la necessaria leggerezza, le giuste rime e un lessico colloquiale. Questo genere di versi, «a partire dai titoli, li cogli nell’aria, in senso figurato e in senso letterale». Più tardi non smise di ripetere il suo pensiero a questo proposito: «Un titolo è vitale. Una volta che ce l’hai, svolgilo».
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