La Nuova Sardegna

“Lame”, metafora non riuscita tra pattinaggio ed esistenza

di Alessandro Marongiu
“Lame”, metafora non riuscita tra pattinaggio ed esistenza

Il libro di Gabriele Pedullà non coglie nel segno nonostante le buone intenzioni Per raccontare lo spirito del nostro tempo serve qualcosa di più profondo

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Si dovesse giudicare un libro recente dalle intenzioni dell'autore, davanti a noi apparirebbe un mare magnum di capolavori, o almeno, in caso (raro, nella realtà) di autore dotato di senso critico e della misura, di libri buoni o ottimi.

A esser giudicato è invece, com'è giusto, il risultato di quelle intenzioni: ecco che in breve il numero di capolavori precipita prossimo allo zero, e diminuisce grandemente anche quello dei libri buoni o ottimi. I quali, detto per inciso riferendoci agli ultimi, ci sono e in quantità: bisogna solo andarli a cercare. In Lame di Gabriele Pedullà (Einaudi, 160 pagine, 16 euro) intenzioni e risultato hanno preso senz'altro strade divergenti. L'idea di fare del pattinaggio a rotelle una metafora della vita - è tutta una questione di equilibrio: se lo perdi e cadi ti fai male, e rischi di farne a chi ti sta/pattina accanto -, sulla pagina semplicemente non rende, per via di una scontatezza che ha quasi del prodigioso. Ma c'è dell'altro, e pesa più di questo. La seconda di copertina riporta stralci di una lettera di presentazione del romanzo che lo scrittore ha inviato all'editore, in cui ricorda di aver assistito negli USA alle spensierate evoluzioni di alcune decine di pattinatori che si ritrovavano in un parco al solo scopo di divertirsi assieme: «Trascinanti. Ma almeno altrettanto ti colpivano gli spettatori: anche loro parte dello show. Nei giorni successivi non riuscivo a smettere di pensarci. E non solo per via dei pattinatori. Tutta quella gente, affascinata come me dal loro girare all'infinito, ovale dopo ovale, ancora e ancora. Allora ho sentito che lì c'era una storia che dovevo assolutamente raccontare, che quel movimento senza una meta ci riguardava tutti. Quel pomeriggio per un paio d'ore ho avuto l'impressione di vedere qualcosa come lo Spirito-del-nostro-tempo che si incarnava in una singola, concretissima figura».

Queste le intenzioni. Il risultato finale? Per raccontare lo Spirito-del-nostro-tempo, in cui dominerebbe un generale girare a vuoto e senza meta, Pedullà ricorre a dei personaggi che girano a vuoto e senza meta: e dato che la scontatezza che si rinviene qui è la stessa che si lamentava appena prima, così facendo impedisce ancora una volta al tal punto ogni possibilità di riflessione al lettore, che non arriva mai a raccontare alcunché ma si ferma al massimo a una descrizione.

Possibile che la nostra epoca non richieda più di questo? Possibile, sì, ma vien da domandarsi allora perché mai per capirla, la nostra epoca, si dovrebbe leggere “Lame”, e non fare una passeggiata in città di qualche ora e guardarsi attorno.

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