La Nuova Sardegna

«Ripartiamo dagli emigrati e dalle donne»

di Giacomo Mameli

La ricetta del demografo Massimo Livi Bacci «L’Italia non si è preoccupata del fenomeno»

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CAGLIARI. Dobbiamo fare un salto indietro di cinque secoli per «trovare questo livello minino di 474 mila nati in un anno in Italia», dice dalla casa di Firenze Massimo Livi Bacci, 81 anni, tra i massimi demografi contemporanei, cattedra tra Firenze e Roma, deputato nelle ultime due legislature, per vent’anni presidente della Iussp, International Union for the Scientific Study of Population, fra le più accreditate al mondo. Ha organizzato le conferenze demografiche del Messico, a Manila, Firenze, New Delhi, Montreal e Pechino.

Sopreso dai dati Istat?

«Per nulla, chi semina vento raccoglie tempesta. Quando mai ci siamo occupati di demografia?».

Sempre meno italiani, anche in futuro?

«Ma certo, sono problemi seri e complessi, non basta il bonus bebè, occorrono politiche di più ampio respiro».

La sua proposta, professore?

«Maggiore sicurezza nei redditi familiari, più donne al lavoro, meno figli sotto il tetto di mamma e papà».

Meno nascite e paesi che muoiono, e non sono solo in Sardegna.

«Lo spopolamento non è problema solo sardo o italiano, ma più globale. Delle università di Sassari e Cagliari apprezzo gli studi che ipotizzano trecentomila abitanti in meno nei prossimi vent’anni, ammenocché intervengano politiche innovative».

Come non far morire i piccoli centri?

«Lo ripeto: solo con nuove politiche familiari purtroppo non scritte nell’agenda dei governi».

Crescono le megalopoli, scompaiono i paesi. Si potrà tornare alla cultura del villaggio, della tranquillità e non del caos?

«La crescita delle megalopoli – ce ne sono quasi una trentina al mondo, ciascuna con oltre dieci milioni di abitanti – è destinata a rallentare e a fermarsi, non foss’altro perché le loro dimensioni e complessità generano enormi problemi. Ma i modi di vita propri delle civiltà urbane continueranno a diffondersi. Ben oltre la metà della popolazione mondiale viene definita urbana e la proporzione cresce rapidamente. La cultura del villaggio era fondamentalmente legata all’economia agricola, che ha una rilevanza sempre più ridotta in termini di occupazione. Il casale può ritrovare la sua attrattività solo se sarà inserito in reti di comunicazione e di servizio che permettano di fruire dei vantaggi della vita urbana senza pagarne alti costi. Ma sarà un processo lento».  

Nessuno contesta il ruolo della città. Ma non è un valore da difendere anche il piccolo paese?

«La difesa potrà avvenire man mano che sarà possibile offrire ai piccoli agglomerati i servizi e le opportunità proprie dei modi di vita urbani – sanità, cultura, trasporti – ritenuti essenziali. Un paese senza scuola non è un paese, guai a eliminarla. Magari studiando vantaggi fiscali, evitare la desertificazione umana accresce il bene comune, preserva il capitale paesaggistico, storico e culturale. In Italia e in Sardegna».  

La ridotta fertilità può essere invertita? Si dice: meno figli meno problemi.

«Molti paesi con bassa natalità hanno impostato politiche sociali che mirano a incoraggiare la procreazione. I risultati non sono incoraggianti, spesso perché queste politiche non sono implementate con coerenza, toccano aspetti parziali della vita familiare. Tuttavia nei Paesi scandinavi e in Francia – dove le politiche sociali di sostegno alle coppie con figli sono particolarmente forti e sono state seguite con coerenza fin dalla metà del secolo scorso, nonostante l’alternarsi di governi di segno politico diverso – la natalità è più alta che nel resto d’Europa».

Perché l’Italia retrocede?

«In Italia ci sono troppe poche donne al lavoro fuori di casa, questo fatto indebolisce la sicurezza economica della famiglia che normalmente ha bisogno di due fonti di reddito. In Italia i giovani raggiungono la loro autonomia economica troppo  tardi e questo ritarda le scelte di vita (matrimonio, procreazione) e riduce la propensione ad avere figli. Una politica diretta a invertire la curva delle nascite deve tendere a questo: rendere possibile la vita familiare “conciliando” – come si usa dire – cura dei figli, lavoro e restituire prerogative ai giovani, immettendoli nel circuito produttivo e sociale molto prima, come avveniva fino agli anni ’70 e ’80. Occorre anche una più rapida trasformazione culturale che impegni l’uomo a farsi carico di quelle attività familiari che sproporzionatamente gravano sulle donne. E che le schiacciano sotto un triplo peso – procreare, tirare su i figli e lavorare fuori casa –.Una proposta immediata: Politiche fiscali che incoraggino il lavoro femminile».  

L’Italia crescerà solo a Milano, Torino e Napoli? Perderemo i paesi dell’Appennino e delle Langhe? Senza paesi la Sardegna sarà sempre Sardegna?  

«Non siamo alla catastrofe. Il nostro Paese non ha megalopoli, la popolazione delle grandi città ha raggiunto il picco negli anni ’70, poi è andata contraendosi. L’Italia ha una formidabile rete di città piccole e medie ben attrezzate e vivibili, lo stesso si può dire dei centri minori. Solo i centri in zone molto isolate, impervie e degradate sono a rischio spopolamento. La Sardegna la conosco solo da ammirato turista, ma ho la fondata impressione che la Sardegna resterà Sardegna, anche se il suo popolamento dovrà lentamente modificarsi».

Se lei fosse al governo concederebbe premialità per chi sceglie il paese?

«In linea di principio non sarei contrario – come ho detto - a una politica fiscale che, con finalità di proteggere un patrimonio paesaggistico e storico, incentivi vecchi e nuovi residenti. Tuttavia occorrerebbe fare molta attenzione: non vorrei che si incentivasse la cementificazione, l’uso dissennato del territorio a fini puramente ricreativi, con l’opportunismo fiscale. Una nota finale: sarebbe interessante un piano sperimentale che tendesse a fornire di un modesto capitale quei rifugiati che si offrissero di vivere in zone in via di desertificazione, che fossero capaci di restaurare una cascina, di coltivare la terra o fare attività artigianali compatibili. Un fenomeno nuovo, le migrazioni, ha bisogno di politiche nuove. Oggi non ci sono».

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