La Nuova Sardegna

«Nei miei film sono un po’ cronista e un po’ archeologo»

di Fabio Canessa
«Nei miei film sono un po’ cronista e un po’ archeologo»

Il regista Stefano Savona ospite dell’Accademia di Belle Arti Oggi alle 11 “Tahir” e alle 15,30 “Palazzo delle Aquile”

4 MINUTI DI LETTURA





SASSARI. Mille modi per raccontare il reale. Il documentario è un genere che racchiude davvero tante maniere di fare cinema, approcci diversi che l'Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” sta esplorando con una serie di incontri con grandi registi coordinati da Lorenzo Hendel. Protagonista in questi giorni a Sassari è Stefano Savona che ieri ha presentato il film “Primavera in Kurdistan”, sulla vita di un gruppo di combattenti curdi nel nord dell'Iraq dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, e “Piombo fuso”, documentario sul conflitto arabo-israeliano girato all'interno della Striscia di Gaza che nel 2009 ha vinto il Premio Speciale della Giuria al Festival di Locarno nella sezione Cineasti del presente. Oggi seconda giornata con la proiezione, alle 11 in aula magna, del pluripremiato "Tahrir" sulla rivoluzione di piazza al Cairo nel febbraio del 2011 e nel pomeriggio, dalle 15.30, di "Palazzo delle Aquile" che ricostruisce i giorni dell'occupazione della sede del municipio di Palermo avvenuta nel 2007 ad opera di più di una ventina di famiglie rimaste senza casa. Il maestro De Seta. E proprio nel capoluogo siciliano Stefano Savona, autore giramondo che ora vive a Parigi, è nato. Come il grande Vittorio De Seta che ha legato il suo nome alla Sardegna per la realizzazione nell'isola del suo film più noto: “Banditi a Orgosolo”. Un maestro per tanti documentaristi, compreso Savona: «Quando ho cominciato a pensare di fare questo mestiere – sottolinea il regista – era più difficile di adesso conoscere e recuperare certi documentari. Solo alla fine degli anni Novanta ricordo di aver visto, in vhs, i cortometraggi di De Seta. Una scoperta che ha contribuito ad alimentare la mia voglia di fare cinema. La cosa incredibile è che non troppo tempo dopo questo incontro sullo schermo, mi sono ritrovato a stare al suo fianco per un periodo. La mia amica montatrice Marzia Mete ha iniziato a collaborare a un progetto diretto da Vittorio che si è trasferito per due mesi a Roma, nella casa di studenti dove vivevo».

Dagli scavi al cinema. Se il cinema di De Seta è fonte d'ispirazione, nei lavori di Stefano Savona entra indirettamente anche la sua particolare formazione. Gli studi di archeologia. «La possibilità di viaggiare in Medio Oriente ed Egitto quando studiavo all'università - spiega il regista - mi ha fatto conoscere quel mondo. E vivere da vicino la tensione contemporanea di quei Paesi mi ha distratto dallo studio delle culture passate facendo crescere la voglia di raccontare il presente. Quando lavoro a un film mi ritrovo, inoltre, un po' archeologo per tanti motivi. Anche se si ha che fare con una realtà contemporanea, è sempre distante rispetto a quella vivente, originaria, di quando si filma. Al montaggio ci si trova con dei pezzi di girato che stanno alla realtà presente come dei reperti archeologici a realtà passate».

Zone di guerra. Una visione del suo lavoro da documentarista che solo in apparenza è in contrasto con l'aspetto quasi da cronista mostrato dai suoi film girati spesso in zone pericolose. «La paura - racconta Savona - si ha soprattutto alla vigilia della partenza per certi luoghi. Per esempio prima di entrare a Gaza il timore ovviamente c'era. Nel momento che ti tuffi, però passa. Vivi la situazione e il doversi occupare di tante cose, dall'aspetto tecnico a quello delle relazioni, porta a concentrarsi su quello che stai facendo. E la tensione contribuisce inoltre a creare una condizione creativamente utile. La preparazione è necessaria, ma le scelte fatte in tempo reale sono migliori di che si sarebbero potute fare prima e anche di quelle che si possono fare dopo. Al montaggio puoi dare una direzione, ma non costruisci il film». Così Stefano Savona spiega alcuni aspetti del suo modo di lavorare che il workshop organizzato dall'Accademia di Belle Arti racchiude nel titolo “La regia leggera”. «Leggerezza perché viaggio da solo, sono io e una telecamera - sottolinea il regista siciliano - L'essere da solo comporta una fragilità che dal mio punto di vista diventa una forza. Mi dà la possibilità di riuscire a farmi aprire più porte, perché da solo non sei considerato pericoloso. E per lo stesso motivo mi fa sentire anche più sicuro».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative