La Nuova Sardegna

Una chitarra ribelle contro il razzismo

di Walter Porcedda
Una chitarra ribelle contro il razzismo

La canzone di Woody Guthrie contro il padre di Trump Case popolari del dopoguerra e l’emarginazione dei poveri

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CAGLIARI. «Vecchio Trump, penso che saprai quanto odio razziale/hai mescolato e tirato su in quel ribollente contenitore dei cuori umani/Quando hai tracciato quella linea di colore / Qui, tra le case popolari di Beach Haven». Il Vecchio Trump è il padre di Donald, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti, Fred, costruttore e speculatore nell’America del dopoguerra, protagonista in questi versi di fuoco rimasti a lungo sconosciuti, scritti dal grande Woody Guthrie, folksinger e scrittore, padre della canzone di protesta americana. Scoperti dal biografo Will Kaufman negli Archivi di Tulsa, dove è raccolta l’opera letteraria del cantautore, e resi pubblici dal giornalista Nick Lehr, sono diventati nel pieno della campagna elettorale americana, la scorsa estate, una canzone, “Old Man Trump”, incisa dal chitarrista Tom Morello assieme ad Ani Di Franco e il cantante folk Ryan Harvey. Questi ha dichiarato al “Guardian”: «Donald Trump dice di voler fare di nuovo grande l’America... ebbene, in questi versi Guthrie gli risponde: “No, non fu una grande epoca e tuo padre era parte del problema”. E’ una canzone attuale – osservò Harvey – racconta come il potere di allora fosse razzista e lo sia tuttora».

La dinastia dal mattone. Nel dopoguerra, per fronteggiare il forte inurbamento a New York, si lanciò un piano straordinario di abitazioni. Tra gli imprenditori che si buttano su progetti di edilizia a basso costo, utilizzando i fondi federali c’è Fred Trump che erige complessi come quello di Beach Haven, riscuotendone anche le pigioni. Fred è figlio di immigrati tedeschi. Il padre Frederick nel 1898 aprì una locanda nello Yukon in preda alla febbre dell’oro e, dopo una breve parentesi in Germania, finì a New York con la moglie Elizabeth Christ nel luglio del 1905. Tre mesi dopo nel Bronx nascerà Fred che si affermerà presto nel settore immobiliare, fino a costruire migliaia di appartamenti nelle periferie della Grande Mela.

A Beach Haven, tra gli affittuari, dal 1950 al 1952, come risulta dal contratto firmato da entrambi (Guthrie e Trump) e rinvenuto a Tulsa, c’è anche Woody, veterano di guerra che non naviga nell’oro tra concerti e scarse royalties. Artista che non ama soprusi e ingiustizie si esibisce dal vivo con la scritta sulla chitarra “This machine kill the fascists”, cioè “Questa macchina ammazza i fascisti”.

Edilizia e razzismo. In breve, mette nel mirino “Old Man Trump”. Beach Haven infatti, che Woody Guthrie ribattezzerà “Bitch Haven”, è spazio off limits per la gente di colore, bandita da una legge non scritta della società del Vecchio Trump. «Beach Haven non è casa mia!/ No, non posso pagare questo affitto/ Non ho più un cent/ e il mio umore è basso/Beach Haven è la Torre di Trump/ dove i neri non possono entrare/ No, no Vecchio Trump/ Beach Haven non è la mia casa» così denuncia Guthrie.

Un complesso edilizio abitato dal razzismo e dove il “sogno americano” di Roosevelt è stato cancellato. Un luogo che Woody vorrebbe aperto e multirazziale, diventò così linea di demarcazione sociale, politica e culturale. Guthrie, che dalla giovane età, chitarra in spalla, un “hobo”, aveva girato in lungo e in largo l’America, lasciata la nativa Oklahoma, conosce da vicino povertà e sofferenze, odio razziale e ingiustizia sociale (il racconto è nella autobiografia “Bound for glory” da cui nel 1976 fu tratto il film di Hashby). Temi raccontati nelle sue canzoni, da “I Ain’t Got No Home in This World” fino alla celeberrima “This Land is Your land”, che diventeranno nel tempo l’humus fertile dell’altra America, quella dove germoglieranno storie importanti di musica e letteratura, ispirando altri poeti e artisti, da Dylan a Springsteen (ma l’elenco è sterminato: Joan Baez, Neil Young, Pete Seeger, Ry Cooder, Joe Strummer etc....). Per le idee di sinistra finirà nelle liste nere del senatore McCarthy, messo al bando e perseguitato in piena caccia alle streghe.

Canzoni dalla parte dei poveri. Quattro anni dopo aver lasciato Beach Haven gli diagnosticano una malattia ereditaria, la Corea di Huntington, che provoca gravi alterazioni e deficit neurologici: passerà da un ricovero all’altro fino alla sua scomparsa nel 1967.

Storia e scritti testimoniano una straordinaria esistenza: una vita vissuta con la schiena diritta dalla parte degli esclusi. E alla cui luce i versi di “Old Man Trump” raccontano una versione meno trionfale del sogno americano. Come crebbe cioè una delle più grandi ricchezze personali di quel Paese rivelandone al tempo stesso uno dei suoi lati più oscuri: quello apartheid. E pure di scandalosa attualità come è stato denunciato da un articolo del “New York Times” del 27 agosto 2016 intitolato “No vacancies” for Blacks. How Donald Trump Got His Start, and Was First Accused of Bias” (“Niente case libere” per i Neri: Come Donald Trump iniziò, e fu accusato per la prima volta di pregiudizio”).

Accuse e denunce ribadite da Guthrie anche in uno scritto trovato di recente, e dove l’artista punta sempre l’indice verso il Vecchio Trump. Una ennesima invettiva contro uno dei suoi “peggiori nemici” che nel 1954 finì sotto inchiesta del Senato per aver sopravvalutato di oltre 3 milioni di dollari proprio il costo di Beach Haven. In quei versi finora inediti Guthrie accusa: «Signor Trump hai fatto di me un vagabondo/ Mi hai rubato la moglie e i figli/ Mi hai lasciato ubriaco andare via sempre più giù».

Testo di attualità. Le parole di Guthrie tornano d’attualità nell’America di Trump il figlio. D’altra parte vivono dentro canzoni che raccontano bene e ancora il nostro tempo fatto di ingiustizie. Come “Deportees” ispirata dal disastro aereo del 1948 a Los Gatos in California. Lì morirono 28 lavoratori messicani rimpatriati forzatamente allo scadere del permesso di soggiorno. La radio locale americana si limitò a dire che erano morti «soltanto dei deportati». Nei versi di Woody musicati dieci anni dopo da Martin Hoffman ed eseguiti dal vivo da Pete Seeger quelle vittime parlano come in “Spoon River”: «Alcuni di noi sono clandestini, altri indesiderati/ Il nostro contratto di lavoro è terminato e dobbiamo trasferirci/Ma ci sono seicento miglia dal confine Messicano/Ci danno la caccia come fuorilegge/ come ladri di bestiame, come rapinatori”. A loro Guthrie in quella stessa poesia si rivolge chiamandoli per nome. “Addio Juan, addio Rosalita/ Addio amici miei, Jesus e Maria/ Non avrete un nome quando sarete su quel grande aeroplano/ Il solo nome che vi daranno sarà deportati».

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