La Nuova Sardegna

“Logan”, ultima stazione del viaggio di Wolverine

di Fabio Canessa

Arriva nelle sale la pellicola di James Mangold interpretata da Hugh Jackman Capitolo più introspettivo rispetto ai precedenti, ma anche più violento

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Non solo simbolo degli X-Men. È difficile pensare a un personaggio più interessante di Wolverine nell’intero e variegato universo Marvel. L’ultima sua apparizione sul grande schermo, in “Logan” di James Mangold, aggiunge un tassello fondamentale nella sua caratterizzazione cinematografica. Dopo la presentazione alla Berlinale, che già faceva intuire le ambizioni del film e il distacco dall'abituale cinema di supereroi, l’arrivo nelle sale ha mostrato al pubblico un capitolo sorprendente della saga sui mutanti iniziata nel Duemila. Un successo, al quale va dato merito di aver rilanciato il genere, dovuto in buona parte al fascino di Wolverine e all’attore scelto per interpretarlo: l’australiano Hugh Jackman. Normale quindi veder realizzati negli anni oltre ai film collettivi, degli spin-off dedicati al personaggio che prende il nome da un animale particolarmente feroce come il ghiottone (questa la traduzione di wolverine).

Dopo “Le origini” e “L’immortale”, quest’ultimo sempre diretto da Mangold, ecco dunque “Logan” ambientato in un futuro non troppo lontano. È il 2029 e i mutanti sono sull’orlo dell’estinzione. James Howlett, detto Logan, è invecchiato perché il fattore rigenerante che lo ha sempre caratterizzato si è indebolito per via dell’avvelenamento da adamantio. L’esperimento che lo aveva reso più forte, trasformando il suo scheletro in una lega indistruttibile, sembra essere ora la sua condanna. Malconcio, alcolizzato, trascorre le sue giornate lavorando come autista e prendendosi cura dell’ormai novantenne Charles Xavier. Cerca di nascondersi dal mondo e di racimolare abbastanza per comprare un barca e andare a vivere in mare con il suo amico – il potente telepata che aveva fondato il gruppo degli X-Men, ormai un vecchio in preda alla demenza senile e lucido soltanto a tratti – ma i suoi piani cambiano quando dagli eventi si trova costretto ad accompagnare dal confine messicano a quello canadese una ragazzina con i suoi stessi poteri di nome Laura. Un viaggio ovviamente non facile perché a inseguirli ci sono gli uomini dietro a una multinazionale che si occupa di un progetto per controllare la mutazione e usarla come arma.

In questo senso il film si configura come un on the road, con chiare atmosfere dal sapore western. Il paragone più vicino è probabilmente con “Gli spietati” di Clint Eastwood. Crepuscolare, antieroico e con un protagonista tormentato, perché uccidere un uomo «è una cosa grossa».

Un discorso, questo, affrontato anche in un classico come “Il cavaliere della valle solitaria”, che diventa importante nel film di Mangold. Viene infatti citato due volte: quando in una stanza d’albergo Charles e Laura guardano insieme il western con Alan Ladd e nel finale con la ragazzina che ripete il suo famoso discorso di addio.

Un finale commovente per quest’ultima incarnazione cinematografica di Wolverine. Più introspettiva, intimista rispetto ai precedenti capitoli. Ma anche più violenta, tanto che il film negli Stati Uniti è stato vietato ai minori.

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