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Spike Lee, il “ragazzaccio” compie 60 anni

Spike Lee, il “ragazzaccio” compie 60 anni

Uno dei registi simbolo della comunità afroamericana, grande appassionato di baseball e basket

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ROMA. In inglese «spike» sta per chiodo, punta sottile quanto resistente; ma per estensione anche «magro» e perfino «ragazzaccio». Non stupisce che sia stato il nomignolo dell'adolescente Shelton Jackson Lee, nato ad Atlanta il 20 marzo 1957 e ribattezzato «Spike» dalla madre Soledad dopo infinite scenate per il carattere ribelle di quel figlio amatissimo, primo di cinque tra fratelli e sorelle, cresciuto tra la Georgia, Chicago e Brooklyn nei quartieri afro-americani.

Il padre Bill, musicista jazz, influenzerà a lungo la vita artistica del figlio, finché verrà allontanato dopo l'ennesimo arresto per possesso di droga. Alla vigilia del 60/o compleanno Spike Lee entra in una maturità che da sempre non gli appartiene, lui genio ribelle, apostolo dell'orgoglio afro-americano, celebre per film come “Fa la cosa giusta”, “Malcom X”, “Jungle Fever”, “Mo’ Better Blues” e tantissimi altri, in prima linea per ogni battaglia razziale e profondamente autodidatta nel modo di fare cinema. Voleva diventare giocatore di baseball, ma lo scarso talento e il fisico esile gli chiusero tutte le porte dello sport che pure considera metafora della vita, tanto da inserire almeno un riferimento al «diamante» in ogni sua opera e da farne il primo tifoso della squadra di New York; come del resto lo è dei Knicks nel basket della NBA; dell'Arsenal del suo idolo calcistico Thierry Henry e perfino dell'Inter. Appassionato di letteratura e diplomato al Morehouse College di Atlanta, roccaforte della cultura afro-americana in uno degli stati «sudisti», Spike debutta qui con un corto (poi rinnegato) scritto insieme al suo più caro amico Monty Ross (diverrà il suo produttore) e vi torna poi come regista della cerimonia di fine anno scolastico. «Fu in quell'occasione - ha raccontato - che imparai a dirigere un gran numero di persone e mi venne davvero voglia di stare dietro a una macchina da presa». Teoria e pratica del mestiere li apprende al Clark College e poi alla New York University dove incontra il suo futuro direttore della fotografia, Ernest Dickerson, e il primo regista di cui riconosce una decisiva influenza, Jim Jarmusch. Nel suo pantheon personale andrà poi a collocarsi vicino a Jean-Luc Godard, Akira Kurosawa, Michael Cimino («Il cacciatore» resta il suo film preferito), Michael Moore.

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