La Nuova Sardegna

Una vita turbolenta tra musica rock e valigie piene di soldi

di Paolo Biamonte
Una vita turbolenta tra musica rock e valigie piene di soldi

Chuck Berry, rivoluzione con la chitarra e il “duck walk” Ha riscritto le regole ma ha avuto meno di quanto meritava

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ROMA. Probabilmente, l'episodio che riassume meglio la turbolenta vita di Chuck Berry - morto sabato notte a 90 anni - è avvenuto nel suo camerino nel 1981. Il concerto era appena finito e seduto accanto a lui c'era Keith Richards. Berry non aveva ancora risolto la questione che più gli interessava dei suoi concerti: i soldi. Per tutta la vita li ha pretesi in contanti, non importava con chi aveva a fare, se si trattava di un tour o di un grande show. Ed era lui che li metteva nella valigetta. Lasciò Keith Richards da solo in camerino a custodirgli la chitarra. E lui non resistette alla tentazione di suonare lo strumento del suo idolo. Purtroppo Berry rientrò proprio mentre Richards suonava e lo colpì con un diretto al volto, lasciandogli un occhio nero.

Questo era l'atteggiamento che aveva verso il mondo e il suo ambiente. Sapeva di aver inventato le regole di una musica che avrebbe cambiato il mondo. E di non aver avuto quanto meritava. A differenza di parte dei musicisti neri della sua generazione - era nato nel 1926 - Chuck Berry non aveva origini povere. Lui, che era della middle class, a 18 anni si era beccato una condanna per rapina. Poi, al culmine del successo, nel 1959, fu arrestato per aver sedotto una ragazzina di 14 anni. Quando uscì di prigione il treno era passato. L'America degli anni '50 era ancora segregata, c'erano le classifiche per la musica nera e non impazziva certo per quel nero sfrontato che di fatto ha portato la chitarra elettrica al centro della scena e che è stato il primo a scrivere dei testi che raccontavano in modo diretto e pieno di ironia l'universo giovanile, che proprio negli anni di «Roll Over Beethoven», «School Day», «Johnny B. Goode», «Come On» , «Sweet Little Sixteen» scopriva di essere una categoria sociologica fino ad allora sconosciuta. Quei versi avevano ritmo, erano facili da capire, ma tutt'altro che banali ed erano frutto di una sofisticata scelta legata anche al suono delle parole che si inserivano in un quadro musicale, che combinava il Blues, lo Swing, il Country, la lezione di T Bone Walker, e in cui la chitarra suonava introduzioni, scandiva riff, suonava brevi frasi solistiche (licks) tra un verso e l'altro, esaltava le risorse, allora assolutamente rivoluzionarie, della musica amplificata. Il tutto arricchito da una presenza scenica travolgente, entrata nella storia grazie al «duck walk», il passo dell'anatra. In realtà il periodo d'oro di Chuck Berry dura pochi anni: come la maggior parte della generazione dei padri del rock'n'roll, è rimasto legato alla musica e ai brani che l'hanno reso famoso. A coltivare il suo genio e a portarlo nel futuro sono stati innanzitutto i rocker inglesi degli anni '60 e quelli delle generazioni successive, tutti consapevoli che il rock come lo intendiamo oggi non sarebbe esistito senza Chuck Berry.

Nel 1987 fu ospite del «Fantastico» condotto da Adriano Celentano: anche in quell'occasione fece sudare i dirigenti Rai per la storia del compenso e poi propose la consueta esibizione sgangherata chiusa da «Tutti frutti». Nel 2007 è stato l'head liner del concerto del Primo Maggio di piazza san Giovanni. In più di mezzo secolo di carriera, Chuck Berry non ha mai voluto una band: non conosceva neanche i musicisti con cui suonava. In Europa sbarcava in Germania o in Olanda scritturava una ritmica e faceva il tour. Sempre attento alla valigetta.

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