Vita da caratterista, la lunga carriera del sardo dei film: «Sul set con i grandi»

Sandro Ghiani racconta un’epoca d’oro: "Ho avuto la fortuna di recitare con Manfredi, Banfi, Verdone ma anche Scola e Risi. L'attrice più bella? Laura Antonelli"

BRACCIANO. Puddu, Porcu, Cuccureddu. Se nei film anni Ottanta era previsto un personaggio sardo a interpretarlo era sempre Sandro Ghiani. Cameriere, soldato, carabiniere, benzinaio. Erano gli anni in cui era inimmaginabile vedere sul grande schermo un sardo in giacca e cravatta, nei film imprenditori e manager erano tutti del Nord, al massimo di Roma. Nell’immaginario collettivo la Sardegna restava la terra da cui si era costretti ad andare via in cerca di fortuna. Che nei fatti era quello che era capitato a Sandro Ghiani negli anni Settanta. Militare a Roma, entra in contatto con il mondo del cinema e ottiene un ruolo in “Sturmtruppen” di Salvatore Samperi. Siamo nel 1976. È la prima di tante piccole parti al fianco dei grandi del cinema di quell’epoca. Da Celentano a Banfi, da Pozzetto ad Abatantuono, da Verdone a Jerry Calà. In quarant’anni di cinema l’attore sardo, nato a Carbonia nel 1953, ha interpretato più di 80 film. L’ultimo, “Ora non ricordo il nome”, è stato un documentario dedicato proprio ai grandi caratteristi della commedia. Tra cui appunto lui, il sardo dei film.

Ghiani, 40 anni di cinema al fianco dei grandi della commedia. Eppure lei era destinato a diventare sacerdote.

«Già, avevo lasciato la Sardegna a 13 anni. Era appena morto mio padre e la mia famiglia decise di mandarmi a Tortona, in Piemonte, a studiare da prete. Ci sono rimasto per 9 anni, avevo già anche la veste. Ho sempre amato recitare, le prime cose, i primi spettacolini li ho fatti negli oratori. A 22 anni, però, mi hanno chiamato a fare il militare a Roma e a Tortona non ci sono più tornato».

Anche perché a Roma ha incontrato subito il cinema con la C maiuscola.

«Appena arrivato ho conosciuto persone che facevano le comparse e mi hanno convinto a presentarmi ai provini. Io ero un po’ timoroso, ero un po’ pretino. Facevo molta fatica, ma la mia faccia piaceva. Il primo a credere in me fu Salvatore Samperi che mi volle in “Sturmtruppen”. Interpretavo un soldato al fianco di Cochi e Renato, Toffolo, Teocoli, Boldi. C’era anche Corinne Clery, era bellissima».

I primi personaggi non avevano un’origine ben definita. A lanciarla come il sardo della commedia furono Castellano e Pipolo.

«Cercavano un attore ricciolino con uno spiccato accento sardo per “Mani di velluto” con Adriano Celentano. Il problema è che proprio 15 giorni prima mi ero rasato a zero per “Un sacco bello” di Carlo Verdone, dove avevo il ruolo di un giovane buddista. Alla fine mi hanno preso lo stesso, anche se avevo i capelli più corti di come li volevano loro. Ma non solo: Castellano e Pipolo mi hanno rivoluto per altri due film con Celentano, “Il bisbetico domato” e “Asso”. Da allora sono diventato il sardo dei film. Anche in Sardegna sentivo: “guarda, c’è il sardo”».

Film campioni di incasso al botteghino che le hanno dato grande popolarità.

«Erano piccoli ruoli, ma improvvisamente arrivò il successo. Mi sembrava assurdo che la critica si occupasse anche di me. E arrivò anche il cinema d’autore. Ettore Scola mi scelse per “Passione d’amore”, Dino Risi per “Scemo di guerra”, in “Spaghetti house” affiancai Nino Manfredi».

Il suo ruolo più famoso è però l’appuntato De Simone in “Fracchia la belva umana” al fianco di Lino Banfi.

«E pensare che quel personaggio non era nemmeno previsto nella sceneggiatura. Il regista, Neri Parenti, mi chiamò e mi disse: “tu mi piaci ma non sappiamo dove metterti, vieni comunque sul set”. E così feci. Il mio personaggio nacque dunque a riprese iniziate, man mano che il film andava avanti venivano aggiunte battute. E rimasi fino alla fine. Ancora oggi molti mi chiamano De Simone. E 30 anni dopo Banfi mi ha voluto nella fiction “Il commissario Zagaria” per interpretare lo stesso personaggio».

Negli anni Ottanta era sempre sul set.

«Allora c’era il cinema, si facevano 350 film all’anno. A me è capitato di recitare in due pellicole contemporaneamente. Ed erano bei film. C’è chi sostiene che quello che ho fatto io sia cinema di serie B, ma è cinema e basta. Senza contare che molti non hanno mai visto i miei film più belli. Quelli di Scola, Risi, Livi. Questo un po’ mi dispiace».

A proposito di Livi, fu proprio lui a sdoganare il suo lato drammatico in “Sos laribiancos”.

«Quando ci incontrammo mi disse: “strano che un sardo faccia il comico”. In effetti, io sono stato il primo. Allora sardi non ce n’erano. L’unico attore in circolazione era Tiberio Murgia, a cui però facevano sempre fare il siciliano».

E lei come affrontava la sua popolarità?

«Io non me ne rendevo conto, so solo che mi piaceva quello che facevo. Mia madre, invece, mi raccontava che la fermavano a Carbonia: “Ho visto suo figlio al cinema”. E lei si vergognava, diventava tutta rossa».

Ha lavorato con tutti i più grandi del cinema anni Ottanta. Che ricordi ha di loro?

«Celentano era molto alla mano, lui aveva un sua roulotte ma veniva a cambiarsi insieme a noi in camerino. Banfi sempre carino e generoso, mentre Villaggio, persona intelligentissima, giocava sul set. E ancora Manfredi, grande sensibilità, mi aiutò parecchio a girare una scena drammatica. Jerry Calà è di una simpatia senza eguali, Verdone un gran signore, mentre Beppe Grillo, a modo suo, faceva politica già da allora».

E tra le attrici, la più bella?

«Quando ero in seminario impazzivo per “Malizia”: quando mi sono trovato a lavorare con Laura Antonelli non volevo credere ai miei occhi. Quando girammo “Passione d’amore” eravamo a Torino in un ristorante, io mi sarei voluto sedere al tavolo con lei e Trintignant, ma rimasi in un angolo. Scola se ne accorse e mi disse: “Sandro, vieni con noi”. Un grande uomo».

Indimenticabile poi la scena con Ornella Muti in “Il bisbetico domato”.

«Stupenda, si faceva chiamare Francesca, il suo vero nome. Ma ho ricordi bellissimi anche di Eleonora Giorgi, sempre carina e gentile, Marina Suma, con cui siamo diventati amici. Edwige Fenech, invece, era più riservata».

Dopo 80 film e il b&b “Casa Rosellina” a Bracciano, cosa c’è nel futuro di Sandro Ghiani?

«Vorrei fare il mio primo film da regista, ho già il soggetto pronto. Una storia intensa, pulita, ricca di spunti di riflessione, eppure anche leggera perché raccontata con naturalezza. Mi piacerebbe girarne una parte anche in Sardegna. Magari con una piccola parte anche per me».

Ancora nel ruolo del sardo?

«Due anni fa ho fatto un casting per un film da girare a Cagliari. Cercavano un sardo, ma io non andavo bene: avevo l’accento poco marcato».

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