Vauro con Barbara Alberti nel grande mare delle storie
Il vignettista e la scrittrice nello spettacolo che arriva in tournée in Sardegna «Il mio primo disegno satirico? Contro la maestra che mi sbatteva fuori dall’aula»
SASSARI. Ogni luogo, ogni giornata, ogni incontro è un contenitore di storie da scoprire e raccontare e per farlo si possono utilizzare infiniti linguaggi. Da questa idea nasce lo spettacolo «Quante storie!» pensato, scritto e interpretato da Vauro Senesi e da Barbara Alberti. Il racconto a due voci, realizzato con la collaborazione di Jacopo Masini, David Riondino e Alessandro Nidi, è in tournée in Sardegna all’interno della stagione di prosa Cedac. Dopo il debutto di questa sera all’Auditorium di Arzachena, sarà in replica domani al Teatro del Carmine di Tempio e domenica al Comunale di Santa Teresa sempre alle 21. Ne abbiamo parlato con Vauro in questa intervista.
Com'è nato il connubio artistico con Barbara Alberti?
«Da sempre seguo con grande interesse Barbara, mi piace il suo umorismo delicato ma affilatissimo e trovo che in un periodo in cui dilaga uno stile narrativo sempre più asfittico, la passione che lei investe nel raccontare piccole e grandi storie sia una boccata d’ossigeno. Per questo le ho chiesto di aiutarmi in questo progetto. Per entrambi è un debutto, non abbiamo mai scritto per il teatro, un’esperienza diversa ogni sera perché lo spettacolo nasce anche dal dialogo spontaneo in cui coinvolgiamo il pubblico».
Un dialogo tra palco e platea che utilizza un intreccio di diversi linguaggi?
«L’idea di base è quella di utilizzare i nostri i strumenti di comunicazione: parola e disegno per stimolare una narrazione, invitando anche il pubblico a scoprire le storie nascoste nel loro quotidiano».
Quali sono le tecniche per diventare “scopritori” di storie?
«Bisogna riappropriarsi della dimensione del tempo, anche se è difficile in un mondo sempre più veloce, in cui siamo bombardati da stimoli inutili. Invece di imparare a scrivere con la rapidità di un tweet recuperiamo ad esempio la formula del “C'era una volta”, che rappresenta una sorta di ingresso nel tempo. Se riusciamo ad entrare dentro possiamo rimparare a raccontare storie come si faceva una volta, intorno ad un fuoco, come facevano le nonne. Le favole della buona notte erano pensate per far addormentare i bambini, ma molti racconti sono perfetti invece per risvegliare la nostra attenzione sulle cose, le nostre emozioni e acuire la fantasia. Tutte armi preziose per interpretare la realtà, per smettere di subirla e diventarne protagonisti. Le microstorie di tutti i giorni sono la chiave d’accesso per riconoscere e identificare personaggi e problematiche sociali presenti ovunque nel mondo».
Tra tante storie come si sceglie quella più interessante da raccontare o quella da trasformare in vignetta?
«Utilizzando gli strumenti di cui si parlava prima: attenzione verso ciò che accade, reazione emotiva e capacità di saper interpretare una storia utilizzando la fantasia».
Quando ha scoperto di essere un vignettista?
«In età molto precoce, a dire il vero. Una maestra mi sbatteva sempre fuori dalla porta perché secondo lei disturbavo la lezione, ma nel corridoio c’era un banco con fogli, pastelli e tutto l’occorrente per disegnare».
Cosa disegnava?
«Disegnavo la maestra, ovviamente. È stata lei l’ispiratrice delle mie prime vignette satiriche».
Una passione che è diventata un lavoro.
« Per seguire i miei ideali dovevo fare delle scelte. La mia generazione voleva cambiare il mondo e per credere nei propri sogni bisogna avere motivazioni forti. Per questo lasciai il mio lavoro, facevo il maestro delle elementari, per il disegno, una passione che abbiamo tutti da bambini, ma che crescendo spesso perdiamo. Lavorando con Emergency ho incontrato tanti bambini che pur vivendo condizioni estreme conservano la capacità di trasferire i propri sentimenti nel disegno. Uno di loro, paralitico sin da piccolo, ora ha pubblicato un libro illustrato che racconta la storia di un supereroe in sedia a rotelle. Ecco, è proprio questa una delle microstorie che racconteremo sul palco durante il nostro spettacolo».
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