Memè Perlini, il grande ribelle del teatro
Protagonista dell’avanguardia, attore e regista anche cinematografico, si è suicidato lanciandosi dalla finestra di casa
ROMA. La prima immagine che viene alla mente ricordando Memè Perlini (al secolo Amelio, nato a Sant’Angelo in Nizzola nel Pesarese), è lo sguardo acuto, il sorriso tra ironico e sarcastico, il baffo che conquista, la folta e ribelle capigliatura un tempo corvina. Del teatro d'avanguardia è stato protagonista e pigmalione di talenti; del cinema di ricerca che, tra gli anni ’60 e ’70 spesso andava sottobraccio ad ogni forma di sperimentazione, è stato outsider di lusso, specie grazie al sodalizio con il raffinato talento visivo di Antonello Aglioti, suo compagno di molte avventure. La notte scorsa la fine tragica: si sarebbe suicidato lanciandosi dalla finestra del suo appartamento a Roma, vicino piazza Vittorio.
Perlini era nato l’8 dicembre del 1947.Compiuti i 20 anni aveva imboccato la via di Roma e dell'Accademia di Belle Arti, ma ben presto il suo talento istrionico e personale lo spinge nelle cantine teatrali dell’Off romano dove si forma alla scuola di Giancarlo Nanni. È proprio Nanni a incoraggiarlo quando fonda il teatro La Fede di via Portuense e gli dà spazio insieme a Manuela Kustermann per le prime esperienze da attore e regista. Nasce lì la Scuola Romana che dà vita a una stagione vivacissima della scena romana e italiana.
Dal gruppo Perlini si stacca - per dar vita al Teatro La Piramide che fonda insieme ad Antonello Aglioti nel 1978 dopo il successo veneziano di “Otelloperché” del 1975 e “Locus Solus” del 1976. Perlini crede fino in fondo nella potenza evocativa della visione, fino ad annichilire la parola per lasciare spazio al cinema, alla sonorità pura. Benché diversissimi, lui e Carmelo Bene saranno i due maggiori teatranti italiani attratti dal cinema in quella stagione irripetibile. Così nel 1977 firma la sua prima regia per il grande schermo con Aglioti protagonista: è “Grand Hotel de Palmes” accolto al Festival di Cannes come «Cartoline italiane» con Lindsay Kemp dell'anno successivo. Il titolo “Grand Hotel des Palmes” rievoca i fasti di uno dei più antichi alberghi di Palermo e rivive gli ultimi tre giorni della vita del sulfureo poeta francese Raymond Roussel. A produrre il lungometraggio è la Rai, allora alla ricerca di talenti diversi per nutrire il progetto rosselliniano di «cinema per la televisione» e l’approdo a Cannes genera tanti consensi quante polemiche, sia per il tema trattato, sia per l’esasperato estetismo che autore e protagonista scelgono come chiave espressiva. Ma per Perlini il cinema era anche passione personale e autentico divertimento: in veste di attore aveva infatti calcato i set di film diversissimi dal western di Sergio Leone (“Giù la testa”) alla commedia erotica (“Decameron proibitissimo”), o al cinema d'autore (due volte con Comencini poi con Mazzacurati fino a “La famiglia” di Ettore Scola).
Con la maturità Perlini ha riannodato i fili del teatro ufficiale firmando regie importanti e applaudite, da “Il mercante di Venezia” a “Molly Bloom”, da “Medea” a “La lupa”, fino al suo congedo quasi autobiografico, nel 2010 con “Arianna, la via dell'amore”. Per la televisione diresse anche una riuscita “Cavalleria rusticana” con Massimo Ranieri e Lina Sastri e vi sarebbe ritornato da attore nel 2005 per la serie televisiva di Riccardo Donna “Nebbie e delitti”. Le ultime regie per il cinema sono invece il molto contestato “Ventre di Maria” del 1992 e “Dentro il cuore” del '96. L’etichetta di “ribelle del nostro teatro” che si portava dietro dagli anni ’70 non gli dispiaceva, ma una passione onnivora per la scena e la rappresentazione lo avevano spinto a superare ogni steccato per cercare una strada espressiva inconfondibile. Eppure, a ritroso, il capolavoro della sua carriera, resta proprio quel Teatro La Piramide dove le porte erano aperte per ogni talento, idea nuova e invenzione creativa. Di lì passarono infatti il giovanissimo Martone, il gruppo musicale degli Area, il teatro di Wedekind e di Peter Handke, gli happening surrealisti e Philip Glass, Toni Servillo e Bob Wilson, Ennio Fantastichini e Sergio Castellitto.
Da alcuni anni Perlini si era appartato, in preda a una forma acuta di depressione. Oggi resta la sua parola, il suo accento strascicato e fintamente blasé, la sua eleganza naturale e un’ironia che si fa beffe anche della morte.
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