La Nuova Sardegna

Garcia Lorca, amore e morte in versione barbaricina

di Daniela Paba
Garcia Lorca, amore e morte in versione barbaricina

Di nuovo in scena “Nozze di Sangue” con la riscrittura di Fois e le musiche di Murgia Un linguaggio affascinante che si rivela un mélange di sardo, spagnolo e italiano

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CAGLIARI. “Nozze di Sangue” è un testo classico di Garcia Lorca molto amato dal teatro sardo. Sardegna Teatro, nel tentativo di ricostruire un repertorio, ha recuperato l'allestimento del 2010, (una produzione Teatro di Sardegna e A.TI.R. finita negli scantinati), e lo ha rimesso in gioco grazie alla regia di Serena Sinigaglia, la riscrittura in traduzione affidata a Marcello Fois, le musiche di Gavino Murgia, i personaggi all'interpretazione dei vecchi e nuovi attori della compagnia. Lo spettacolo in cartellone al Massino fino a ieri, sarà ripreso al TEN Teatro Eliseo di Nuoro, venerdì e sabato prossimi.

Quella di Lorca è una tragedia annunciata: il tradimento nel giorno delle nozze col suo tributo di sangue è anticipato da un jocker scespiriano, Fulvio Accogli, ora Luna, ora Morte, tacchi alti e strascico luminoso, cui è affidato il ruolo di narratore. Ma anche dalla madre, vedova di marito e figlio, che si appresta, con diffidenza, a maritare Leonardo, l'ultimo rimasto, e vede immediatamente nella leppa del figlio l'oggetto premonitore di nuove faide e nuovi lutti. La scrittura di Lorca è corale e la regista costruisce quasi un carosello di attori intorno alla scenografia: sul pavimento in pendenza, incorniciato di sedie bianche tutto intorno, uno scialle scende dall'alto a chiudere la quarta parete. Un girotondo di azioni si raffredda e blocca in istantanee di sapore espressionista, dove il richiamo è al Novecento pittorico, oppure si anima e scalda in scene d'ambiente verista.

La riscrittura di Marcello Fois è un mélange di sardo barbaricino, spagnolo e italiano che suona nella recitazione di Lia Careddu, ma si irrigidisce in bocca agli altri attori, troppo lontani o inclini alla dizione. La musica di Gavino Murgia arriva discreta, complementare, a commento dell'incombere degli eventi: chitarre, violini, partiture jazz e un finale elettronico e siderale che sospende la dimensione del tempo nel consumarsi della vendetta. La regia di Serena Sinigaglia è visionaria, condensa quadri come gruppi scultorei, mette in gioco gli attori in un girotondo di presagi e scene quotidiane, segna il ritmo con i corpi e i gesti degli attori, come in una danza macabra. La coralità, che costituisce una cifra della drammaturgia a quattro mani condivisa con Fois e dunque anche linguistica, non impedisce un grande lavoro degli attori nelle parti individuali. La Morte-Luna di Fulvio Accogli introduce e commenta gli eventi come un coro greco, officia un rito ancestrale che dalla cronaca dell'Andalusia si confonde con le cronache delle faide sarde. Personaggi minori come la madre di Lia Careddu e Sa Teracca di Grazia Bodio diventano nella messinscena portanti, capaci di dare ritmo alla parola e quindi all'azione scenica. Tra i giovani spicca il lavoro di Daniel Dwerryhouse per scolpire il suo Lenardu, cavaliere travolgente come un fiume in piena s'Isposa di Astrid Meloni, misurata eppure ribelle. Più rigido il dire degli altri: Sa muzere (Isella Orchis), Su babbu (Cesare Saliu) e s'Isposu di Luigi Pusceddu, che non incontra il ritmo della lingua, la sua prosodia, e risulta posticcio.

Lo spettacolo è ancora, in alcuni momenti, didascalico, deve ritrovare, per fare repertorio, il nuovo ritmo perché la lingua batta insieme al sangue. L'Andalusia degli anni Trenta, la ripresa della tragedia greca, il neo verismo sardo hanno bisogno di ulteriore sintesi e sottrazione per raggiungere un nuovo equilibrio, più contemporaneo.

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