La Nuova Sardegna

L’assurdo mondo degli adulti narrato dalla voce di un feto

di Alessandro Marongiu
L’assurdo mondo degli adulti narrato dalla voce di un feto

Nel romanzo dello scrittore britannico l’umanità nei suoi aspetti più deteriori L’autore però avrebbe potuto avere più coraggio. Finale ampiamente prevedibile

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di Alessandro Marongiu

Sono passati otto mesi e mezzo da quando è stato concepito, e l’ora in cui vedrà la luce sta quindi per arrivare, ma intanto il feto-voce narrante di “Nel guscio” di Ian McEwan (Einaudi, 184 pagine, 17 euro) ha già imparato un gran numero di cose sul mondo che lo accoglierà a breve. I tessuti materni che lo custodiscono gli hanno fatto da protezione e filtro, ma non sono stati una barriera invalicabile per gli imput più disparati, anzi, ed ecco che lui ha potuto così farsi un’idea precisa, per dire, di che cos’è la musica classica, di chi è Roland Barthes, di come funziona la politica internazionale, e del fatto che un vino può essere più buono o più pregiato di un altro. Non sa ancora che colori abbinare alle parole “rosso” o “giallo”, certo, perché di colori non ne ha mai visti, ma sente che la sua curiosità in proposito, che è notevole, sarà presto soddisfatta. Soprattutto, però, il bimbo venturo ha un’idea ormai precisa di qual è la natura umana. A fornirgliela sono stati i tre individui a lui più vicini, ovvero la madre Trudy, il padre John e il, rispettivamente, cognato e fratello dei due, Claude. Il quale Claude, però, tipo più che meschino, senza interessi che non siano il collezionare danaro, da tempo è anche amante di Trudy, e con lei ha ordito un piano per eliminare John, poeta, editore e sognatore, che nella sua naiveté pare perfetto per interpretare il ruolo dell’agnello sacrificale sull’altare della passione, molto fisica, che lega i due diabolici.

Tra una digressione e l’altra tra sé e sé, il piccolo narratore segue così, ovviamente impotente, lo sviluppo della vicenda criminale, che scoprirà destinata a coinvolgerlo in maniera diretta e allarmante e che riserverà un paio di colpi di scena da parte della vittima designata, pronta a rivelarsi meno docile di quanto prevedessero moglie e consanguineo.

“Nel guscio” non è, purtroppo, all’altezza di prove precedenti dello scrittore di Aldershot come ad esempio “Chesil Beach” o “Miele”. Origina da un’idea intrigante, potenzialmente dinamitarda se sfruttata a dovere – e cioè che un feto, con le differenze del caso derivanti dalla sua situazione, ragioni e speculi come un essere umano adulto –, e invece non va oltre le intenzioni di partenza. Per quasi tutto il romanzo la voce narrante potrebbe essere quella del più classico dei narratori esterni e non si coglierebbe differenza alcuna, e tutte le occasioni di affondare la lama su un’umanità mostrata nei suoi aspetti più deteriori sono disattese da un McEwan che si limita a un blando ed episodico umorismo senza mordente.

È vero che la scelta di un feto come voce narrante al posto del narratore esterno ha senso in funzione del finale (che agli effetti è quanto di meglio il libro ha da offrire), ma è anche vero che questo specifico finale non solo non risolleva le sorti complessive, ma genera un ulteriore problema: perché essendo l’unico possibile, per come evolve la trama, è ampiamente prevedibile, e non contribuisce ad altro che ad aumentare la sensazione di insoddisfazione nel lettore. Dopo il discreto ma non esaltante “La ballata di Adam Henry” del 2014, “Nel guscio” rappresenta insomma un nuovo passo falso dell’autore di “Espiazione”.

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