La Nuova Sardegna

Tante piccole sedie rosse per raccontare l’orrore

di Giuseppe Mussi
Tante piccole sedie rosse per raccontare l’orrore

Uno dei testi più intensi della scrittrice irlandese autrice delle “Ragazze di campagna” In un tranquillo villaggio rurale arriva Dragan, che si scopre essere un criminale di guerra

3 MINUTI DI LETTURA





Prima o poi qualcuno dovrà dedicarsi a raccontare una storia delle fascette editoriali. Non tanto per valutarne il loro scopo che è sempre stato – e sempre sarà – puramente e legittimamente strategico, atto a facilitare la vendita del libro che avvolgono; piuttosto a inquadrarne una certa involuzione: da veicolo di informazioni, notizia di ristampe, partecipazione o vincita di premi, persino sfoggio del numero di copie vendute, a spazio per la micro-recensione, sempre massimalista (sebbene quasi in forma epigrammatica), firmata da colleghi, giornalisti o lettori cosiddetti vip.

Non fa eccezione l’ultimo romanzo di un nome tutelare della letteratura irlandese quale è Edna O’Brien, Tante piccole sedie rosse (Einaudi, pp. 292, 18 euro), accompagnato sì da un giudizio conciso e superlativo, ma firmato – qui siamo di fronte a ben altro peso specifico – nientemeno che da Philip Roth. E l’umorale maestro del romanzo americano ci assicura che la «grande» scrittrice «ha scritto il suo capolavoro». Non c’è però bisogno di un pregiudizio positivo (si è tentati a credere a tutto ciò che dice Roth) per affrontare la lettura di un romanzo così singolare, che spiazza subito il lettore perché il perfetto incipit – siamo a Cloonoila, un’immaginaria cittadina rurale irlandese, non lontano da Galway – è anticipato da una spiegazione del titolo, che evidentemente l’autrice vuole chiarire subito. Le «piccole sedie rosse» sono quelle che vennero esposte il 6 aprile 2012 a Sarajevo, per commemorare il ventesimo anniversario dell’assedio: «Furono messe in fila undicimilacinquecentoquarantuno sedie rosse», una per ogni abitante rimasto ucciso durante l’oppressione delle forze serbo-bosniache. Questa scelta getta un’ombra ulteriore – come se la O’Brien volesse metterci sulla strada giusta – quando, nelle già oscure prime pagine, assistiamo all’arrivo nella tranquilla comunità rurale di una sorta di santone, barba e capelli bianchi, coperto da un lungo cappotto scuro da cui emergono dei guanti bianchi. Come giungesse dal nulla, l’uomo cerca una pensione dove stabilirsi e si presenta come «Dr Vladimir Dragan», mentre il suo biglietto da visita recita: «Guaritore e sessuologo». L’accoglienza della comunità però non tarda ad arrivare nonostante le diffidenze, a patto di venire incontro alla cattolicissima campagna irlandese abbandonando l’ambito della sessuologia. Con l’apertura dell’ambulatorio «Medicina olistica nelle discipline orientale e occidentale», Dragan conosce molti abitanti che traggono benefici dalle sue pratiche e li conquista. È invece l’incontro con Fidelma, moglie del negoziante di tessuti, attratta fortemente dallo straniero – quindi la loro relazione –, a muovere le acque attorno al protagonista, svelando progressivamente la sua condizione di uomo in fuga. È a questo punto che torna con una violenza inaudita il passato, torna Sarajevo e s’impongono le responsabilità degli uomini coinvolti nei massacri dell’assedio. Fidelma lo seguirà e la sua vita cambierà irrimediabilmente, lasceremo scoprire al lettore come, perché “Tante piccole sedie rosse” è un romanzo veramente notevole, con una prosa in stato di grazia.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative