La Nuova Sardegna

Il male nascosto nel fondo oscuro dell’animo umano

di Alessandro Marongiu
Il male nascosto nel fondo oscuro dell’animo umano

“Del dirsi addio”, un noir tra la neve di Bolzano In libreria l’ultimo lavoro di Marcello Fois

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di Alessandro Marongiu

C’è una bellissima serie televisiva statunitense, “The Killing”, remake dell’omologa norvegese “Forbrydelsen”, che ha un finale di seconda stagione che lascia di sasso: la maggior parte dei protagonisti, per quello che scoprono, e gli spettatori che, come nei migliori esempi del genere, nel corso delle puntate si erano affezionati ai personaggi, condividendone patemi, ansie e dolorose rivelazioni. Non si dice di più, se non che lo svelamento delle trame che hanno originato l’uccisione della diciassettenne Rosie Larsen porta alla luce un intrico di affetti e conflitti famigliari di rara tragicità. Tale da far pensare, proprio, a una tragedia greca.

Ora, sia chiaro: si tratta di una suggestione e niente più di questo, perché tra “The Killing” e l’ultimo romanzo di Marcello Fois non ci sono particolari legami (e s’intende, con ciò, che non ce n’è nessuno), eppure lo svelamento di “Del dirsi addio” (Einaudi, 312 pagine, 20 euro) ci riconduce, per vie traverse, giusto lì: a “The Killing”. E, indirettamente, a una tragedia greca. Che fin dalla copertina a dominare le nuove pagine dello scrittore nuorese sia il bianco della neve che avvolge Bolzano, è elemento che non deve depistare: Fois infatti torna con “Del dirsi addio” nei territori già frequentati del noir – del noir inteso come indagine del perché qualcuno abbia compiuto una certa azione, e non (solo) del chi (pertinenza esclusiva, questa, del giallo classico)–. Insomma, il lettore percorre un doppio binario: segue la caccia al criminale sull’uno, e scende nelle profondità dell’animo umano lungo l’altro. Lo scavo dei caratteri in questo caso coinvolge quasi tutte le figure della storia, a partire da quella del commissario Sergio Striggio, giovane ma già capace poliziotto con però una maturità personale a cui, per potersi dire pienamente raggiunta, manca più di un tassello. Striggio è stato un bambino dalle capacità intellettive straordinarie, e questo, come capita spesso in situazioni simili, non gli ha di certo facilitato l’esistenza, anzi, anche perché il primo che l’ha tenuto a distanza per via delle sue doti è stato Pietro, il padre. Il quale Pietro, ora che è da poco rimasto vedovo per la seconda volta, viene a sapere di essere gravemente malato: da qui la decisione di trasferirsi vicino al figlio, il solo che lo possa sostenere nel periodo che gli resta da vivere, ma anche la volontà di cercare con lui un punto d’incontro, di limare le asperità del passato prima che l’inevitabile fine lo renda per sempre impossibile: «Risero ancora. Ed era come se si fosse verificato un improvviso allineamento dei pianeti, una congiunzione rara. Quello era l’unico momento realmente perfetto che Sergio potesse individuare nell’intero rapporto con suo padre. L’unico momento in cui si fosse sentito pari: né superiore né inferiore».

Potrebbe essere poi per il personaggio principale l’unico momento per aprirsi e rivelare al genitore quello che gli ha sempre nascosto, e cioè di essere omosessuale – una rivelazione che farebbe felice anche il suo compagno, Leo, che non riesce a cap. irne e non ne condivide le esitazioni in merito–. Ma mentre le sue giornate si fanno via via più impegnative, il commissario deve anche fare i conti con il suo lavoro: energie e attenzioni sono assorbite dal il destino di Michele, sparito in un bosco sotto gli occhi del padre Nicola e della madre Gea durante una normale sosta in una piazzola stradale.

Così come a Sergio, anche a Michele la Natura ha giocato un tiro mancino: anche lui è infatti eccezionalmente dotato, e anche per lui le qualità “di troppo” rischiano di essere una dannazione più che una fortuna, tanto che potrebbero costituire un fattore importante dietro la sua scomparsa. «Io ti conosco, Michele Ludovisi», dice per l’appunto tra sé e sé Striggio quando ispeziona la camera da letto del ragazzino: «Aveva imparato a capire in silenzio, come una piccola Cassandra cosciente delle scandalo del proprio elaborare. E niente, niente ora gli parve più simile a quel suo silenzio della stanza dove si trovava».

Le complicazioni per Sergio sono solo all’inizio: il piano professionale e quello personale si intrecciano pericolosamente, complici la sua spalla Elisabetta Menetti e, in maniera imprevedibile, il suo fidanzato Leo; il ricordo della morte della madre rallenta la riappacificazione con Pietro, e superiori e opinione pubblica premono perché Michele, se ancora vivo, riabbracci Nicola e Gea.

Diviso in quattro tempi – “Terra”, “Fuoco”, “Aria”, “Acqua” –. “Del dirsi addio” è senz’altro un valido romanzo, ricco di spunti e richiami ad arti come pittura, architettura e musica che allargano gli orizzonti del semplice racconto («Lì voleva arrivare. Dove un fascio di raggi solari ristabiliva il primato dei fiamminghi sugli ebrei russi espatriati e definiva un disco luminoso fra la vegetazione che pareva l’esito finale di un immenso occhio di bue»). Rispetto a prove affini di qualche anno fa, questa volta Fois pare indulgere meno alle peculiarità che nel tempo hanno fatto parlare di una “scuola sarda del giallo”, ovvero la tensione etica e l’impegno civile, per dedicarsi maggiormente ai personaggi e alla vicenda in sé (si prenda questa come una pura constatazione del tutto avalutativa).

E se lo stesso Fois, in una recente intervista a La Nuova Sardegna, ha dichiarato in proposito che con “Del dirsi addio” si apre per lui una nuova fase della sua carriera, è pur vero che non manca uno sguardo critico sulla società: le fragilità di Sergio Striggio sono, in questo senso, quelle di tutta una generazione nata negli anni Ottanta e che forse non ha mai conosciuto grandi difficoltà, con il risultato di non aver sviluppato gli adeguati anticorpi per resistere alle sollecitazioni negative cui la vita, prima o poi, mette tutti davanti. Si segnala in chiusura anche un difetto, rilevato già altrove nel narratore sardo, rappresentato da una sua tendenza a essere in qualche occasione troppo esplicito, a riaffermare in maniera palese quanto detto appena prima, sì che una necessaria opacità della scrittura viene meno in favore di una luce piena, che a tirar le somme toglie anziché aggiungere. Un peccato veniale, comunque, nel complesso del libro.

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