Da Benetutti al King’s College Uno sguardo sardo sul mondo in fiamme tra Trump e Putin

Il docente di Politica internazionale Roberto Roccu a un convegno a Cagliari «La Sardegna? Ignora in modo drammatico il suo ruolo nel Mediterraneo»

CAGLIARI. Se guardiamo oltre il muro di casa nostra «è sempre il Medio Oriente il teatro più ribollente del pianeta con tre Paesi in conflitto: Libia, Siria e, purtroppo ce ne scordiamo, lo Yemen. In maniera diversa, questi tre focolai rappresentano la dimensione internazionale della crisi dell'ordine liberale dopo la conferenza di Bretton Woods del luglio 1944». Lo dice Roberto Roccu, 35 anni, originario di Benetutti, liceo a Ozieri, laurea triennale a Sassari, specialistica a Bologna, il dottorato alla London School of Economics. Dal 2012 ha la cattedra di Economia politica internazionale al King's College di Londra. Il suo studio è nel palazzo che ospitò Virginia Woolf e che confina con Sardinia Street. Opinionista di punta della BBC è sicuramente il sardo che, oggi, più di altri ha la visione globale di tante crisi e del crescente nuovo disordine mondiale. Ospite della Fondazione di Sardegna ha discusso (“L'età dell'incertezza”) col direttore dell'Ispi Paolo Magri giunto a Cagliari dopo gli incontri con Barack Obama a Palazzo Clerici di Milano e col direttore della Fondazione Carlo Mannoni.

Che cos'è quella che lei ha definito la crisi dell'ordine liberale?

«Ha due dimensioni: una internazionale legata alla crescente instabilità del Medio Oriente ma non solo, ma anche una interna occidentale: viviamo nel pieno della crisi di legittimità dei sistemi politici liberaldemocratici e soprattutto dei cosiddetti partiti tradizionali».

Tra le crisi che buciano non ha citato Israele e Palestina.

«I miei colleghi di Cambridge sostengono che, nei nuovi conflitti, quello israelo-palestinese ha una dimensione sempre più marginale. Già le primavere arabe poco avevano da spartire. Ma anche nel loro sviluppo successivo Israele ha certo interesse alla stabilità regionale ma non è più in grado di influenzare le dinamiche degli altri Paesi come in passato».

Col senno del poi: l'eliminazione di Saddam e Gheddafi che cosa ha scatenato?

«Sono scettico sull'interventismo occidentale, soprattutto se uno pensa agli interventi umanitari dopo la guerra fredda. L'unico che, si può dire, abbia funzionato è stato - e non del tutto - quello in Kosovo. Altrove ha creato solo traumi: penso alla Somalia dove la crisi economica è devastante e dove comandano le milizie rendendo la zona all'imbocco del golfo di Aden fra le più instabili del mondo. In Iraq e Libia, lo constatiamo, i conflitti sono tutt'altro che terminati, dettano legge le guerre tra bande».

Lei collabora con la BBC. Può fare un raffronto con i media italiani?

«Quando ero ragazzo e vivevo tra Benetutti e Bologna la copertura italiana della notizie estere era già di insufficiente qualità. I lettori italiani, tranne pochi, non sanno che succede realmente in Siria, in Iraq, in Yemen. Idem per chi guarda la tivù. I pochi servizi di politica estera, quando ci sono, sembrano fatti con lo stampino. Per fortuna ci sono anche rare eccezioni e in Italia restano alcuni quotidiani di spessore europeo che tratteggiano bene i fatti al di là delle Alpi e dell'Oceano».

Nel convegno qui a Cagliari si è parlato anche di migrazioni: ci si può chiedere se e quando avranno una fine?

«Possiamo domandarcelo, gli inglesi risponderebbero con un “not anytime soon”, cioè non presto. Siamo davanti a una situazione strutturale. Non ci sono di mezzo solo i conflitti armati ma – e in Italia si sottovaluta questo aspetto – la desertificazione. L'80 per cento dei disperati che si imbarcano partono dai Paesi subsahariani dove i raccolti non crescono più, dove la carenza d'acqua è drammatica. Anche Obama in queste sue nuove missioni in Occidente sta accentuando il ragionamento sui cambiamenti climatici che vanno governati. Ciò detto non si può fermare chi fugge dalla fame. Se poi ci mettiamo guerre e regimi dittatoriali, possiamo dire che le migrazioni saranno per molti anni ancora una costante spina nel fianco dei governi occidentali».

Donald Trump, oggi.

«Si muove su due linee guida: ha abbandonato il multilateralismo di Obama, si presenta come isolazionista ma poi emerge una politica estera muscolare, vedi la Corea del Nord e gli attacchi aerei in Siria».

Vladimir Putin.

«Ha il vantaggio di non governare un Paese democratico».

Theresa May.

«Sta giocando col fuoco. Sta usando il risultato del referendum per scopi di politica interna e rischia di trovarsi con una “hard Brexit” che, sotto sotto, non vuole».

Per stare a casa nostra: come veda la Sardegna, oggi?

«È intrappolata all'interno di un modo di pensare che trascura in forme drammatiche il suo ruolo nel Mediterraneo. Si presenta più europea che mediterranea ma adeguandosi pigramente all'onda lunga nazionale senza alcun progetto autonomo. È triste».

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