La Nuova Sardegna

Milena Agus: «I mondi perfetti sono dentro noi»

di Alessandra Pigliaru
Milena Agus: «I mondi perfetti sono dentro noi»

«Il mio l’ho raggiunto: è la Sardegna» L’emigrazione nel nuovo libro della scrittrice

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di Alessandra Pigliaru

Qualunque sia il luogo sognato da raggiungere, per fuggire da una realtà difficile, non corrisponderà quasi mai alla meta immaginata, perfetta. Tuttavia il mondo, grande e terribile, può essere anche un posto straordinario, spesso è lo stesso in cui si vive, basta saperne scorgere la magia minuta insieme alle intenzioni benevole.

L’ISOLA E IL MONDO. A pensarla così è anche Felicita, la protagonista del nuovo e bellissimo romanzo di Milena Agus, “Terre promesse” (Nottetempo, 200 pagine, euro 15.50) che intreccia partenze, ritorni e rapide incursioni attraverso cadute e luci del Novecento. Il Continente, la Sardegna e l’America, che danno il titolo alle tre parti in cui il libro è diviso, rappresentano i luoghi in cui altrettante generazioni, appartenenti alla stessa famiglia sarda, si muovono.

La sorte di Felicita, di sua madre Ester e di suo figlio Gregorio, si tessono ulteriormente a quelle di Raffaele, Marianna, Pietro Maria, dalla fine della seconda guerra mondiale alla difficile condizione della migrazione dal sud al nord Italia, fino al riapprodo in Sardegna, a Cagliari – nel quartiere della Marina – per poi raggiungere New York. Scrittrice amatissima e tradotta in diverse lingue, Milena Agus ha esordito nel 2005 con “Quando dorme il pescecane”; da “Mal di pietre” (suo secondo romanzo, pubblicato nel 2006), di recente è stato tratto un film per la regia di Nicole Garcia.

L’EPICA DEL QUOTIDIANO. Meccanismo narrativo raffinato e scrittura scarna che punta all’essenziale, anche in “Terre promesse” incontriamo personaggi che riescono a schivare la malasorte per affermare il proprio ottimismo della volontà. Lo fanno con gesti piccoli e un attaccamento per la vita e la sua epica del quotidiano, nonostante tutto sembri di traverso. Succede nell’eccentrico palazzo cagliaritano al centro del suo “Sottosopra” (2012) o in quello nobiliare di “La contessa di ricotta” (2009). Accade anche nella crudeltà e violenza che si respirano nel suo penultimo, “Guardati dalla mia fame”, scritto insieme a Luciana Castellina tre anni fa. Se sullo sfondo dei suoi libri fanno sempre capolino povertà e riscatto, così come le differenze sociali e di classe, in “Terre promesse” lo sfondo è la Sardegna del Piano di Rinascita e delle sue contraddizioni, dei veleni industriali.

C’è chi interroga un partito politico, chi rifiuta un reddito se significa collusione con il progetto della petrolchimica, chi si rivolge a un pianoforte per dare ragione della propria passione. «Il Pci, un lavoro etico, la salvezza del pianeta, la musica – specifica Milena Agus , raggiunta per qualche domanda – sono viaggi verso la terra promessa. Va bene, è introvabile, ma ci si può fermare per strada quando si trova un posto in cui star bene e che le assomiglia».

LE SPONDE DEL FUTURO. Il paese in cui provare a trasformare il proprio destino è anche quello di milioni di migranti che nel secolo scorso hanno varcato frontiere e oceani per arrivare a un porto sicuro, a un sogno di buona vita, che li salvasse dalla morte, dalla miseria. E se ciò riporta al dramma di molti migranti che in questi anni solcano, spesso morendo, il Mediterraneo, possiamo figurarci in continuità le città di cui racconta Agus come luoghi in cui fare casa. «Ventosa, alta, lunga, sottile, disegnata con una matita numero uno», è per Agus – in sintonia con la litania di Giorgio Caproni – Genova, in cui si accenna all’esperienza dell’Ansaldo. Poi tra gli anni Sessanta e Settanta a Milano, «grigia, nebbiosa e senza vento», una giovane coppia sarda ha materassi e coperte per terra quando deve ospitare altri migranti poveri che arrivano dall’isola in cerca di fortuna. Lo stesso graffio si avverte nel momento in cui Ester, Raffaele e Felicita fanno ritorno a Cagliari, senza fare i conti con il mutamento di una comunità. Non è un caso che tutto, da lì a qualche anno, si sciolga lontano, nel pianto liberatorio verso Ellis Island, alla foce del fiume Hudson nella baia di New York, un tempo punto di approdo per i migranti che sbarcavano negli stati Uniti. In questi transiti, che per Milena Agus sono anche moti del cuore, si cercano sponde per il futuro – sociale, artistico ed economico ma anche affettivo – e si trovano dimore di speranza, riparazione, sia pure in un volto altrui.

APPRENDISTATO ALLA VITA. «Forse la terra promessa è per ognuno di noi un mondo perfetto – aggiunge la scrittrice – di cui abbiamo nostalgia fin dalla nascita. Qualcosa di vago che abbiamo in mente e vogliamo ritrovare, più che trovare. Naturalmente è impossibile». Ad accompagnare la narrazione è Felicita che conosciamo fin da bambina e che seguiamo nel suo apprendistato all’esistenza. Nella lotta contro l’inadeguatezza, è proprio lei che insegna la gioia di andare avanti, in interlocuzione con Leopardi. «Il pastore errante dell’Asia è un uomo perduto a cui la luna non può rispondere. Volevo, con il mio libro, che fosse Felicita a rispondergli, con le sue rinfrancanti teorie sulla vita. Volevo che potesse consolarlo dell’essere nato». Felicita, con l’ambivalenza infantile di desiderarsi trasparente e reclamare attenzione, che sta sotto il letto durante la sua festa di compleanno, in questo aspetto fa venire alla mente altre bambine letterarie. Intanto una della stessa Agus descritta nel racconto contenuto in “Piciocas”. Storie di ex bambine dell’isola che c’è (nella stessa antologia del 2012 anche Michela Murgia, Savina Dolores Massa, Giulia Clarkson, Barbara Parodo e Simona Tilocca). Nel nascondimento, c’è però anche la bambina di Dolores Prato che nasce sotto un tavolino in quel capolavoro che è “Giù la piazza” non c’è nessuno, o l’altra magnifica di “Paola Masino” che trascorre il tempo dentro un baule in “Nascita e morte” della massaia. Felicita, come altre protagoniste dei romanzi di Agus, è una pura di cuore. Crescendo mantiene la sua semplicità, non si arrende all’ingiustizia e al non essere amata. Pensa inoltre che non sia vero che i buoni debbano pagare il proprio stato.

SCRITTRICE E PERSONAGGI. «Questa idea che i buoni sono perdenti e i cattivi vincono, la trovo ridicola – ce lo dice con fermezza, Milena Agus – perché il mondo, la Storia, ci insegnano che i cattivi non hanno vinto mai proprio niente. Fosse per loro il mondo sarebbe già finito da un pezzo. Continua a girare perché i buoni salvano il salvabile. I personaggi dei miei libri, a ben guardare, alla fine non risultano sfortunati. Sta in questo il mio grande piacere di scrivere. Non scriverei se non per la soddisfazione di far vincere i poveretti!». Nello sguardo letterario di Milena Agus, la malinconia e l’ironia a cui ci ha abituati: «le ho raggiunte, le mie terre promesse: il posto dove vivo, la Sardegna, è il più bello del mondo, il mio unico figlio il mio figlio preferito, i miei cari non potrebbero essere più cari. Davvero, assomiglio molto a Felicita, senza l’accento, naturalmente».

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