La Nuova Sardegna

Il ritorno dei Collage, una rivincita vintage

di Andrea Massidda
I Collage nella loro nuova formazione
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I Collage nella loro nuova formazione

Tore Fazzi, voce del gruppo di Olbia, svela aneddoti e progetti futuri

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Correva l’anno 1977 e l’annuncio del passaggio all’ultimo turno, quello decisivo per il podio, lo diede in Eurovisione (e per la prima volta a colori) Mike Bongiorno, affiancato da Maria Giovanna Elmi. Ma sebbene il palco fosse quello di Sanremo, la comunicazione arrivò in stile Rischiatutto: «Colpo di scena, amici telespettatori: in finale andranno i Collage». Era stata la giuria del festival a decidere che il complesso pop di Olbia – poi classificatosi al secondo posto assoluto – avesse più meriti canori del proprio avversario diretto, e questo fece storcere il naso persino al mitico presentatore. Ecco spiegato il «colpo di scena». Ora, a quarant’anni esatti da quel trionfo al Teatro Ariston, la band capitanata dai fratelli Tore e Piero Fazzi ricorda lo storico episodio e avvisa i fan, sempre numerosi e fedeli, che sta per pubblicare un nuovo album. «Sarà composto da nove tracce e l'auspicio è che esca entro il prossimo giugno – svela Tore Fazzi, portavoce del gruppo –, ma, per dire, ci manca ancora il titolo definitivo».

Torniamo un attimo a quel fatidico Sanremo del ’77. Come andò, esattamente?

«Era una gara particolare: in un’ora e mezzo i concorrenti passavano da dodici a tre per contendersi la vittoria finale. I Mattia Bazaar non riuscirono nell’intento e ci rimasero molto male. Ma chi ci rimase peggio fu Mike Bongiorno, tifoso di Santino Rocchetti».

Santino Rocchetti? E chi è, scusi?

«Ora è sparito dal giro, ma sino a qualche anno prima era un conosciutissimo corista del festival che proprio in quell’occasione aveva intrapreso la carriera solista. Si scontrò con noi nella sfida diretta e fu eliminato: per questo motivo il grande Mike non riuscì a nascondere un pizzico di amarezza. E noi: “Come, colpo di scena? Perché, ti sembra così strano che abbiamo superato il turno?”. Adesso ci ridiamo su, ma allora la frase ci fece molta stizza».

In ogni caso arrivaste secondi con “Tu mi rubi l’anima”. Un successo da far tremare le gambe.

«Per noi, ventenni o poco più, Sanremo era un gioco. Ci stava succedendo una cosa incredibile, ma ancora non sentivamo alcuna responsabilità, per cui quel festival fu il più rilassante di tutti gli altri concorsi che abbiamo fatto dopo».

Eravate in play back, oltretutto.

«Metà e metà: si cantava dal vivo sulle basi musicali perché l’orchestra era stata tagliata».

Vittoria a Castrocaro, podio all’Ariston e vetta dell’hit parade accanto a Lucio Battisti e Claudio Baglioni: come siete stati accolti al ritorno in Sardegna?

«In realtà prima di tornare a Olbia fummo travolti da una serie spaventosa di appuntamenti di “Sanremo in tour”, un’iniziativa di quell'anno. Eravamo in giro per tutte le discoteche del Nord Italia, così il mio ricordo è focalizzato più sulla gente che ci fermava negli autogrill per un autografo».

Che differenze ci sono tra il Sanremo dei Collage e dei Ricchi e Poveri e quello di Marco Carta e Valerio Scanu?

«Differenze abissali, soprattutto per la tecnologia e le tecniche televisive. Il nostro in confronto era uno spettacolino, ora è un gigantesco evento, non più soltanto il festival della canzone italiana».

Sarà, ma a perderci è stata la qualità dei brani in gara.

«Effettivamente in questo grande show le canzoni non hanno più la stessa importanza: contano il gossip e tutti gli ospiti che girano intorno all’Ariston. Gli artisti in concorso vengono scelti anche in base a quanto si può parlare di loro e si punta su personaggi che possano interessare al pubblico per motivi extramusicali».

Il livello si è abbassato, lo ammetta.

«Secondo me tantissimo».

Parliamo di talent show. Servono davvero?

«I talenti si scoprono in tanti modi, anche passando per i talent show. Il problema è che in certe trasmissioni molti giovani vengono sottoposti a un massacro».

Cioè?

«La verità è che per scoprire un talento su cento tu sottoponi novantanove persone a umiliazioni e frustrazioni non facili da cancellare. I ragazzi vengono illusi per sei mesi di essere dei re. Ma sono idoli che poi quasi sempre spariscono nel nulla, come meteore».

Si salva qualcuno tra le nuove generazioni?

«Ci sono delle belle sorprese. Secondo me Marco Mengoni è strepitoso e Tiziano Ferro ha fatto delle cose meravigliose. Anche l’ultimo Max Gazzè mi piace molto».

Quanti dischi hanno venduto i Collage?

«Calcolo impossibile, ma parliamo comunque di milioni di copie. Adesso per essere primi in classifica basta venderne diecimila».

Avete tradotto molti dischi anche per il mercato estero.

«Sì. E abbiamo scalato le classifiche in Spagna e in Sud America. Curiosamente “Sole rosso” è stato il nostro più gran successo straniero».

Quanto c'è di Sardegna nelle vostre canzoni?

«Da ragazzo ero convinto che non ci fosse niente. Poi qualcuno ha cominciato a farmi notare che, oltre alla fusione vocale con il gruppo, un certo modo di fare melodia era tipicamente sardo. Così, riflettendoci, mi sono accorto di cantare con la stessa espressione vocale di mia mamma, che cantava in sardo davanti al caminetto. E lo stesso vale per mio fratello Piero».

Mai venuto in mente di fare un brano in sardo?

«Sin dall'inizio nei nostri concerti proponevamo un'unica canzone tradizionale in logudorese e vi assicuro che abbiamo fatto piangere molte persone in Canada e negli Stati Uniti, dove ai nostri concerti c’era tanta gente di origine sarda. Il pezzo è “A Rosittedda”, lo abbiamo inciso dieci anni fa, poi ci siamo fermati perché comunque non siamo quello, ma siamo “Tu mi rubi l'anima”, “I ragazzi del sole” e così via».

Riparliamo del nuovo album. Musica e testi sono tutti vostri?

«Sì, anche se in alcuni brani ci sono le collaborazioni di Gino Marielli dei Tazenda e di Gabriele Oggianu, un vero talento».

Lo stile Collage si riconosce, quindi?

«Assolutamente sì. Ma c'è una rinfrescata grazie all’inserimento nel gruppo di due elementi: Fabio Nicosia alle tastiere e Francesco Astara alla batteria. Ragazzi che avevano la nostra musica nel sangue».

In che senso?

«Prendiamo il caso di Francesco Astara. Da bambino gli era capitato di essere ricoverato in ospedale e proprio in quei giorni mi trovavo anch’io lì per delle analisi. Lui s’incuriosì vedendo la gente che mi veniva incontro e mi raccontò della sua grande passione per la batteria. Così il giorno dopo passai a regalargli due bacchette. Mai più visto e più sentito, giuro, ma da quella volta Francesco divenne un nostro fan. La cosa davvero pazzesca è che adesso suona con noi proprio la batteria».

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