La Nuova Sardegna

Il sassarese Carlo Multineddu head designer di Armani

di Paolo Curreli
Il sassarese Carlo Multineddu head designer di Armani

Un sardo ai vertici della haute couture. La provincia è un serbatoio della creatività italiana

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Tutto ha inizio con il coraggio di un ragazzo che ha voglia di realizzare i propri sogni. Perché «sono i nostri sogni da ragazzi, quelli che hanno una forza che non tornerà più, il capitale più grande della nostra vita» dice oggi Carlo Multineddu che ha trasformato quei sogni in una carriera con una ascesa tutta verticale fino ai massimi vertici della moda: head designer di casa Armani, la bussola dello stile. Perché nel mondo tutto è troppo stravagante o troppo classico oltre il baricentro dettato della casa di moda milanese.

Sogni sotto il braccio. Una cartella di disegni sotto il braccio, fresco di diploma del glorioso Istituto d’Arte di Sassari, Carlo a Firenze ha un appuntamento nell’azienda della star più innovativa della moda italiana di quegli anni ’80: Enrico Coveri. Non parte certo disarmato, dalla sua ha una tradizione solida, la sua famiglia a Sassari è sempre stata sinonimo di commercio e abbigliamento. «Sì ma volevo di più – confessa – dedicarmi alla creatività era una forte esigenza. L’aspetto commerciale o il rapporto col pubblico non era abbastanza. In Sardegna non c’era nessuna industria e sono andato incontro all’incognito, forse in maniera un po’ azzardata ma avevo in mente un’idea ben chiara».

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In quella cartella c’è la dimostrazione del vero tesoro del ragazzo sassarese, che attende l’appuntamento a Firenze: una mano creativa, sintetica ed elegante, Carlo è un disegnatore di grandissimo talento, un virtuoso nella raffinata arte della rappresentazione e del progetto della moda.

«Saper disegnare mi ha aiutato molto – racconta lo stilista –. Certo non è una qualità essenziale, molti e bravi creativi non disegnano, e non farlo non è penalizzante. Ma per me la manualità è importante ancora oggi, un modo che mi appartiene come una scarpa che ti calza alla perfezione. La tecnologia velocizza molto, ma per la prima particella dell’idea, quella da fermare e approfondire in seguito, carta e matita sono per me essenziali. Come, in fondo, lo sono anche per uno scrittore».

Gli sfolgoranti ’80. I disegni passano di mano in mano, piacciono. «Erano cose completamente mie – ricorda Multineddu –. Un book un po’ improvvisato, ma tutto originale». A 19 anni si trova a firmare il contratto e dopo un paio di giorni è catapultato nel vorticoso mondo della moda degli sfolgoranti anni ’80. «È stata la mia scuola, e ho avuto la fortuna di cominciare con la fantasia di un marchio giovane e frizzante che ha portato la creatività italiana a livello internazionale». Per Coveri sono gli anni della linea You Young, scelte che sembrano fatte apposta per il talento del giovane stilista. Partenza come assistente, ma presto Carlo si dedica come designer alla linea femminile giovane e al pret a porter. Coveri conquista definitivamente Parigi, sfila all’Opera Garnier, crea profumi, linee per lo sport e per i bambini e il Giappone impazzisce per il suo talento. In questo fermento cresce e si afferma anche la professionalità e l’estro di Carlo Multineddu. Sono gli anni delle sfilate nella Milan. o da bere e a Parigi. Poi, come un tramonto sugli anni ’80, la malattia che in breve tempo si porta via l’enfant terrible della moda italiana: Enrico Coveri muore nel 1990. «Mi ha regalato un periodo di stimoli e di crescita – ricorda Carlo – e lo ricorderò sempre con affetto e rispetto».

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La Milano da bere. È il 1992 Carlo Multineddu è ancora giovanissimo ma questa volta ha dalla sua l’esperienza: «avevo lavorato per una casa giapponese molto interessata allo stile Armani e creato delle idee che si ispiravano a quelle atmosfere, e quando mi sono sentito pronto ho chiesto un colloquio a Milano dove ho avuto la fortuna di incontrare mr. Armani». Lo stilista è in azienda, è incuriosito, vuole vedere, i progetti del ragazzo sardo gli piacciono, e Carlo sbarca nella nuova capitale della moda: Milano. «Se Firenze resta una città creativa ma, in fondo, provinciale, Milano era un laboratorio in perenne movimento, il cuore pulsante della moda. La mia vita è cambiata radicalmente – ricorda il designer – ho avuto la fortuna di confrontarmi con un ambiente estremamente esigente che ti imponeva di crescere sempre».

Al vertice della moda. Forse è proprio questo l’habitat adatto per Carlo Multineddu, un ambiente in cui la sua creatività e carattere trovano gli stimoli giusti. Negli anni 2000 Nasce Emporio Armani, vengono aperti negozi in tutto il mondo e il marchio si afferma subito anche con nuove linee. Carlo arriva al vertice della creatività della casa come head designer. «In quei tempi cambia anche il modo di lavorare, la tecnica velocizza tutte le tempistiche, non che prima ci fossero molte vacanze – testimonia ridendo Carlo –. Ma quello è stato il momento di un enorme cambiamento anche nei tempi di riflessione e creazione». Adesso che il nome dello stilista sassarese è una realtà affermata, che la sua attività si può seguire guardando la carta del mondo – da Hong Kong, a New York da Londra a Milano – viene spontaneo chiedersi se ha mai pensato di “mettersi in proprio”, creare un brand tutto suo.

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«Certo me lo chiedono in tanti e anche io ci ho pensato, ma ho dato, e mi sono dato sempre la stessa risposta: No – confessa – intanto perché mi spaventa, e non poco, e poi perché sono dentro un meccanismo che sento mio. Ho l’appoggio di uno staff che riconosce il mio lavoro e nessuno mi ha offerto niente di più bello di questo. Sento la responsabilità grandissima di lavorare per un’azienda che è 40 anni sul mercato e sempre ai vertici. Per un head designer non dimenticare i caposaldi del marchio è una responsabilità enorme, la sfida quotidiana alla creatività è interpretare il mondo che cambia senza dimenticare la linea che si rappresenta, interpretare il nuovo secondo lo stile Armani. Direi che è una grandissima soddisfazione».

Il segreto dello stile. Ma per Carlo Multineddu cos’è l’eleganza, come si riconosce lo stile? «Sicuramente l’approccio col fruitore finale determina lo stile, intuire cosa cambia nel mondo è essenziale – rivela lo stilista–. Oggi c’è una grande libertà, è cambiata la forma culturale, non esistono più i diktat. Una volta Dior imponeva la linea trapezio e quindi niente più tubino dritto, adesso la velocità di produzione conferma la richiesta continua di novità del mercato. Lo stile è dentro di noi. La creatività del fruitore finale è la terza forza in campo, tra stilisti e produzione. Una donna usa il suo guardaroba come una tavolozza di idee e di colori da cui attingere, si sente libera di indossare una giacca di alta sartoria con dei pantaloni da jogging, jeans e scarpe da migliaia di euro di Manolo Blahnik. Vestirsi è sempre stato un momento creativo e di affermazione di se. Viviamo in epoca di mescolanza, ecco perché bisogna guardare la strada e non le vetrine del centro, da lì vengono le idee». In questo mondo fusion mantenere il timone dell’alta maniera Armani è una grande responsabilità. «Ogni marchio difende il proprio stile. È molto difficile creare qualcosa di nuovo, ma mantenerlo è ancora più difficile. Quando tra tanti stimoli visivi si riconosce un capo Armani, è la più grande vittoria per uno stilista». Questa è la missione di Carlo, un creativo e custode di un patrimonio di eleganza italiana prima nel mondo.

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