Le donne migranti alla ricerca d’identità
Tra giornalismo e narrativa: Giacomo Mameli presenta venerdì al Lingotto il suo nuovo libro, “Come figlie, anzi»
Il nuovo libro di Giacomo Mameli “Come figlie, anzi. Donne migranti raccontano” (Cuec, pagine 172, euro 16) verrà presentato venerdì 19 alle 18.30 nello “Spazio Eventi” del Lingotto, alla trentesima edizione del Salone di Torino. Con l’autore interverranno la sociologa Carmen Belloni, la semiologa Federica Turco e l’antropologa Martina Giuffrè. Modererà il dibattito Francesca Lai. Pubblichiamo qui un estratto dell’intervento della professoressa Turco.
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di Federica Turco
Alla fine della sua decennale peregrinazione, Ulisse torna finalmente alla sua amata Itaca nel canto XIII dell’Odissea. Ad attenderlo però non c’è la festa, l’attesa, la gioia. Quando l’eroe torna a casa il suo percorso non è ancora finito, perché ad aspettarlo c’è la prova più dura: dimostrare di essere se stesso. Il “riconoscimento” di Ulisse passa attraverso diversi livelli di complessità. Il primo a “capire” la sua identità è Argo. Ormai vecchio, il cane giace pieno di zecche e trascurato “su un mucchio di letame di muli e di buoi” (Od. XVII), ma appena sente la presenza del suo padrone rizza il muso, muove la coda, abbassa le orecchie. Non ha la forza di muoversi, ma riconosce nella figura che gli sta davanti, una figura trasformata da dieci anni di guerra e dieci di navigazione, il suo padrone.
Il secondo riconoscimento è di nuovo di natura fisica. Siamo nel canto XIX. Alla presenza di Penelope la vecchia balia Euriclea lava i piedi all’eroe, che è travestito da mendicante, e riconosce una cicatrice provocata da «un cinghiale con candida zanna». La balia si emoziona, vorrebbe avvisare Penelope, ma l’uomo la rimprovera e le chiede di tacere: Ulisse sa che il riconoscimento dell’identità non può basarsi solo sul corpo.
C’è bisogno di una prova più grande: il segno della parola. Il corpo, la forza, l’aspetto possono essere manipolati, falsificati, trasformati. Ciò che, invece, si conserva nel tempo è la memoria, il ricordo, il racconto di sé. E così, dopo una serie di altre “prove qualificanti”, Ulisse si trova al cospetto dell’unica vera catarsi del racconto: il riconoscimento di Penelope avviene attraverso i segni sicuri della mente. La donna non è convinta di avere davanti il marito, ma ha bisogno di sapere e gli propone il famoso “tranello” del talamo nuziale, proponendo di spostarlo per far posto ad un giaciglio per lui. Ulisse però ricorda benissimo di aver costruito lui quel letto, segretamente, sul tronco di un ulivo ancora radicato in terra e che quindi non è possibile muoverlo dal suo posto.
È questo segreto, il “segno sicuro” che garantisce la sua identità (e il riconoscimento-ricongiungimento con l’amata Penelope nel canto XXIII). Questo episodio è solo un piccolo esempio, che però ci racconta molte cose sul soggetto, sull’identità e sul significato di essere migranti, sul bisogno di costruire un percorso di riconoscimento del sé e dell’altro da sé, della propria patria e del senso di “essere a casa”. La filosofia ci insegna che l’identità del soggetto si costruisce attraverso una grande quantità di variabili e fattori e che, soprattutto, essa dipende dall’essere inseriti in certe posizioni comunicative. La narrazione del sé diventa lo strumento principale del mantenimento della propria soggettività, perché proprio “raccontandoci”, possiamo mantenere un legame forte con quel “segno sicuro” della parola, del racconto, della memoria, che Ulisse cercava per sé. Maricica, Feimata, Fatma, Raluca, Steluta, Deise, Aneta, Natalia, Vira, Imelba, Larisa e Gonaria affidano alla penna di Giacomo Mameli questo bisogno di essere “ancora” soggetti di memoria e Mameli ci regala, attraverso le loro storie, momenti di delicata bellezza femminile raccontati nel libro “Come figlie, anzi”, edizioni Cuec, euro 16, pagine 172.
Nei loro percorsi di viaggiatrici e migranti emerge, prepotente, la necessità di confermare la propria identità, attraverso un lavoro di memoria all’indietro sulle proprie radici, sulla propria storia di soggetti individuali e collettivi, per restituire spessore e dignità al proprio essere donne, madri, figlie, straniere e sarde al tempo stesso. L’essere “badante” non viene mai appiattito al mero ruolo sociale di subordinazione, ma si eleva nella ricerca del senso di un vivere fatto di aiuto e scambio, bisogno e assistenza, ordine e creatività.
Nel legame tra queste donne e i propri assistiti, Mameli scova il senso della rimodulazione sociale che l’immigrazione femminile ha scatenato non soltanto dal punto di vista economico, ma proprio nella prospettiva di una risemantizzazione del senso di famiglia e di un allargamento delle maglie del concetto di “privato”, che assume una dimensione prepotentemente pubblica e orizzontale. La dimensione di un attraversamento, quello del confine nazionale, come chiave di lettura dell’identità sociale. In perfetta continuità con il bellissimo, precedente, “Le ragazze sono partite”, l’autore torna a farci riflettere sul tema del viaggio, che da un lato è pericolo, incertezza, paura (come nella storia di Feimata), ma è al contempo avventura, conoscenza, vita (e così bene ce lo dice Gonaria, l’unica sarda del gruppo, che proprio nel viaggio di allontanamento da casa, trova la forza e la capacità di emanciparsi definitivamente).
La condizione del migrante, ci suggerisce Mameli, è quella di un viaggiatore dell’io, che nel percorso di allontanamento e riavvicinamento alla propria casa, cerca disperatamente di ricongiungersi con se stesso, prima che con le proprie cose. Le storie delle singole protagoniste sapientemente si sovrappongono, si mischiano, si confondono in una storia sola. Così l’attante individuale diventa collettivo e il percorso, negli effetti di senso del testo, da personale diventa sociale. Mameli ci racconta così la storia di un’umanità. In divenire, cangiante, polisemica. Ma pur sempre piena di dignità.
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