Se l’elaborazione di un lutto si trasforma in un capolavoro
Con “Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro” lo scrittore libico ha vinto il Premio Pulitzer La trama mescola riflessioni su affetti, esilio e identità di chi subì la dittatura di Gheddafi
di Giuseppe Mussi
Nonostante l’ultimo libro di Hisham Matar, Il ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro (Einaudi, pp. 246, 19,50 euro), sia un memoir purissimo, senza alcun elemento di finzione o artificio letterario, è difficile non sentirci echeggiare – e ad altezze vertiginose – riflessione esistenziale, storia contemporanea, storia familiare, considerazioni sulla condizione dell’esilio, sulla natura degli affetti, sull’identità. Rese in controluce in un tentativo estenuante dell’elaborazione di un lutto. Il libro di Matar si legge come un romanzo insinuante fin dalla prima pagina, per poi trasformarsi gradualmente in un bruciante, tormentoso vortice di sentimenti ed emozioni, che l’autore – in un acutissimo contrappunto – offre al lettore in una prosa piana, salda, senza alcun fremito, con una chiarezza adamantina.
Prima di entrare nelle vicende della famiglia Matar occorre dire subito che siamo di fronte a un capolavoro, a un libro destinato a rimanere. Meritatissimo il Premio Pulitzer, nelle cui motivazioni è sottolineato il controllo magistrale delle emozioni nella scrittura, per un libro definito “un’elegia in prima persona”. Il ritorno del titolo è quello dello scrittore nella sua Libia, nel marzo del 2012, ventidue anni dopo il rapimento del padre Jaballa, uno dei più determinati oppositori del regime di Gheddafi. L’uomo venne sequestrato nel suo appartamento al Cairo e portato nella famigerata prigione di Abu Salim. Di lui, dopo pochi mesi di corrispondenza, non si ebbe più alcuna notizia. Tutti i familiari e i parenti di Matar furono costretti dunque all’esilio o alla prigione. Hisham fin dal 1986, sotto falsa identità, con la protezione del governo britannico, aveva iniziato una nuova vita in Inghilterra. E da lì, con l’impossibilità di tornare indietro, venne a sapere del rapimento e dell’arresto del padre.
Il viaggio del 2012 verso Bengasi è l’occasione per lasciare riaffiorare la memoria e raccontare la storia della Libia degli ultimi quarant’anni; rivivere l’infanzia, incontrare i parenti sopravvissuti, ma sempre con l’inquieta e ingombrante ombra dell’ignoto destino paterno. La scrittura di Matar non abbandona mai il senso della misura, anche quando i piani temporali si intersecano continuamente, fino ad annodarsi. È il tempo della memoria, delle emozioni, che l’autore scioglierà solo nel finale.
Scopriremo della strenua lotta che il giovane scrittore ha combattuto dall’Inghilterra, arrivando al Times, alla Bbc, fino al governo inglese, allora guidato da Tony Blair, impegnato a intensificare, insieme all’Unione europea, i rapporti commerciali con la Libia. Una battaglia che lo metterà in pericolo ma che gli farà incontrare, a Londra, il figlio di Gheddafi Seif el-Islam, apparentemente disponibile a indagare e dare risposte certe sul destino del padre. Ma non sarà così. L’arrivo ad Agedabia tenterà ancora il giovane nella ricerca di qualche piccola certezza per elaborare il suo lutto, fino alla resa, ma senza mai smettere di guardare avanti: «Mio padre è morto ed è anche vivo.È nel passato, nel presente e nel futuro Vivo, come tutti viviamo, nell’indomani».
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