Gli “sviluppisti”, male oscuro della Sardegna
di Costantino Cossu
A partire da un fatto, un paese, una condizione di volta in volta ritenuti emblematici di una purtroppo diffusa insensibilità per il rispetto dell’ambiente, Giorgio Todde ha scritto dal 2003 a al...
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A partire da un fatto, un paese, una condizione di volta in volta ritenuti emblematici di una purtroppo diffusa insensibilità per il rispetto dell’ambiente, Giorgio Todde ha scritto dal 2003 a al 2010 una serie di pungenti articoli per “La Nuova Sardegna”. Articoli che sono poi confluiti in un libro pubblicato dal Maestrale: “Il noce. Il paesaggio tradito”.
Ci sono tante cose nel libro. I misfatti commessi dai sardi a danno del paesaggio e quindi di se stessi. I centri storici devastati o snaturati. La confusione tra chi amministra e chi fa impresa. Il caso della necropoli punica di Tuvixeddu assediata dal cemento. La debolezza culturale della società sarda che spinge a sacrificare valori essenziali a una malintesa concezione del nuovo e del moderno. L’isola considerata allegoria dell’intera nazione, di un’Italia che si divora da sé.
Gli interventi di Todde disegnano anni critici, durante i quali il paesaggio peggiora con una velocità mai prima registrata. Descrive la vittoria della ferocia edificatoria sulla bellezza dei luoghi e va, per tutto questo, alla ricerca di un perché. E di possibili vie d’uscita.
«Ci sono parole – scrive Edoardo Salzano, uno dei maggiori urbanisti italiani, nella prefazione al libro di Todde – che ritornano in queste pagine. Sassolini in un percorso nel bosco. La prima è bellezza. È la bellezza del creato, il segno del divino nella forma del territorio (nei suoi colori, i suoi suoni e i suoi silenzi), il primo e primordiale dei beni che all’uomo sono concessi in Sardegna. Anzi, erano concessi, prima che gli alieni la colonizzassero. Prima che fosse travolta e cancellata quella filosofia del costruire che pure esisteva nell’isola, grazie alla quale “i paesi erano in equilibrio con la terra, erano costruiti con i materiali della terra su cui sorgevano e perciò assomigliavano alla terra, ne riproducevano i colori e perfino l’odore”». «A quella filosofia – aggiunge Salzano – un’altra si è sostituita: quella che Todde definisce sviluppismo (ecco un’altra parola chiave). Lo sviluppismo è “una forma malata dello sviluppo economico”, “una forma degenerativa della modernizzazione”, la “frangia guasta dello sviluppo”. Frangia guasta che utilizza speciali operatori, che a un certo punto della storia dell’isola “sono apparsi in giacca e cravatta: gli sviluppisti”. Per essi “le due parole intatto e arretrato significano la stessa cosa. Ciò che è intatto è superato, vecchio. Per loro la civilizzazione consiste nel consumare il creato immacolato che è solo uno strumento della crescita, la loro”».
Ci sono tante cose nel libro. I misfatti commessi dai sardi a danno del paesaggio e quindi di se stessi. I centri storici devastati o snaturati. La confusione tra chi amministra e chi fa impresa. Il caso della necropoli punica di Tuvixeddu assediata dal cemento. La debolezza culturale della società sarda che spinge a sacrificare valori essenziali a una malintesa concezione del nuovo e del moderno. L’isola considerata allegoria dell’intera nazione, di un’Italia che si divora da sé.
Gli interventi di Todde disegnano anni critici, durante i quali il paesaggio peggiora con una velocità mai prima registrata. Descrive la vittoria della ferocia edificatoria sulla bellezza dei luoghi e va, per tutto questo, alla ricerca di un perché. E di possibili vie d’uscita.
«Ci sono parole – scrive Edoardo Salzano, uno dei maggiori urbanisti italiani, nella prefazione al libro di Todde – che ritornano in queste pagine. Sassolini in un percorso nel bosco. La prima è bellezza. È la bellezza del creato, il segno del divino nella forma del territorio (nei suoi colori, i suoi suoni e i suoi silenzi), il primo e primordiale dei beni che all’uomo sono concessi in Sardegna. Anzi, erano concessi, prima che gli alieni la colonizzassero. Prima che fosse travolta e cancellata quella filosofia del costruire che pure esisteva nell’isola, grazie alla quale “i paesi erano in equilibrio con la terra, erano costruiti con i materiali della terra su cui sorgevano e perciò assomigliavano alla terra, ne riproducevano i colori e perfino l’odore”». «A quella filosofia – aggiunge Salzano – un’altra si è sostituita: quella che Todde definisce sviluppismo (ecco un’altra parola chiave). Lo sviluppismo è “una forma malata dello sviluppo economico”, “una forma degenerativa della modernizzazione”, la “frangia guasta dello sviluppo”. Frangia guasta che utilizza speciali operatori, che a un certo punto della storia dell’isola “sono apparsi in giacca e cravatta: gli sviluppisti”. Per essi “le due parole intatto e arretrato significano la stessa cosa. Ciò che è intatto è superato, vecchio. Per loro la civilizzazione consiste nel consumare il creato immacolato che è solo uno strumento della crescita, la loro”».
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