La Nuova Sardegna

«Nel mondo globalizzato la speranza diventa veleno» 

di Daniela Paba
«Nel mondo globalizzato la speranza diventa veleno» 

Andrea Segre alla Cineteca sarda col documentario “I sogni del mare salato” «All’Est vivono oggi la voglia di benessere che avevano i nostri genitori»  

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CAGLIARI. Andrea Segre è stato invitato alla Cineteca sarda perché il suo documentario “I sogni del mare salato”, risponde bene al progetto di valorizzazione di materiali cinematografici custoditi negli archivi, realizzato in collaborazione con l’Amod (Archivi del movimento operaio democratico), per il Premio Zavattini.
Il film, girato in Kazakistan, racconta con grande poesia una crescita veloce (più 6%) trainata da petrolio, gas e capitali stranieri, con l’Eni in prima fila.
A fare da eco alla corsa verso una modernità densa di contraddizioni, l’ottimismo dei “nostri” anni sessanta registrato tra Venezia e Chioggia nei super 8 di famiglia, ma anche nei documentari dell’Eni sui sogni di operai, contadini e pastori incantati dal boom economico. Segre ha lo sguardo dell’etnografo attento alla marginalità, l’energia di chi è abituato a lanciare progetti come Zalab, che «cerca di costruire dei racconti in cui abbiano autorità anche punti di vista considerati non autorevoli, mette in discussione la centralità dell’autore e lo fa col lavoro documentaristico, coi laboratori di cinematografia partecipata o distribuendo film oltre i circuiti commerciali perché possano avere vita più lunga e variegata, raggiungere più territori, organizzare proiezioni a casa». A Sassari Zalab ha organizzato un corso con l’associazione Quattro cani per strada, realizzando tre corti: coi pescatori di Porto Torres, coi richiedenti asilo e con le scuole.
Partiamo dai sogni del mare salato: il film nasce dal viaggio in Kazakistan o dagli archivi dell’Eni?
«Dal Kazakistan. Mentre ero lì dicevo “sono venuto a vedere come stavano mia mamma e mio papà durante il boom economico”. Poi mi è venuto in mente che avevo immagini dei miei genitori quando neppure si conoscevano e che, visitando gli archivi cinematografici dell’Eni, mi aveva colpito come De Seta, Ferrari, Bertolucci, nessuno di loro avesse posto dei dubbi, talmente forte e oggettivo era l’entusiasmo per una trasformazione materiale così repentina e progressiva.
Nessuno si chiedeva se ci fosse qualcosa che non funzionava dietro all’Ilva, a Genova, a Marghera. Erano luoghi simbolo di un grande futuro: uscire da una baracca senza elettricità per un appartamento con la lavatrice è un cambiamento oggettivo che non si può negare. Anche se l’industrializzazione sovietica aveva agito in trasformazione ed era già diventata povertà, negli ultimi anni in Kazakistan il grande salto avviene coi capitali internazionali. Dina, la ragazza che nel film torna al villaggio dopo 15 anni, lavora per il petrolio e guadagna otto volte quello che prende suo padre professore di lettere, ha comprato la casa in città ai genitori».
Il sogno dei kazaki sembra coincidere con un’idea di progresso sempre uguale: la potenza industriale e il dio petrolio...
«La dinamica antropologica è identica: in un luogo dove le persone hanno tanti problemi arriva una soluzione che diventa un sogno a cui dare fiducia totale. Ma la stessa soluzione crea spazi di ferita potenziali, quello che ti offre il sogno è lo stesso che può avvelenarti. Per fortuna la Storia produce figure interne a questa dinamica: nel film sono il pastore Sozial, ma anche Olga e Dina, che hanno come un sesto senso ad occuparsi anche di altro. Sozial rimane a Saura a conservare la memoria delle case. Noi, che sappiamo cosa è successo dopo, capiamo che ha un ruolo centrale nel rapporto con ciò che dobbiamo tradire nel momento in cui accettiamo il sogno».
Col montaggio alternato “loro ora/noi allora” si rafforza l’idea dell’eterno progresso dell’umanità. In realtà viviamo tutti il medesimo presente, assai variegato…
«Quando, alla fine del film, si arriva ad Astana (la capitale petrolifera scintillante di torri e grattacieli n.d.r.) il presente è già diventato futuro. Qualcosa a cui non siamo mai arrivati, per cui sentiamo paura e invidia. Il Kazakistan di oggi è un luogo di attrazione di sognatori economici, ci sono italiani che vanno ad investire perché lì il mondo tira mentre qui non tira più. Quanti vanno ad Abu Dabi, a Dubai nella Silicon Valley, ad Hong Kong, Shangai, dove il regime fiscale è più utile, l’economia di mercato più “libera”? Apri un ristorante e fai 50.000 euro di utile perché paghi mille euro di tasse, dai 150 euro al mese ai cuochi e hai la classe più ricca che mangia la pizza napoletana ad Abu Dabi. Molti in Italia sentono la mancanza di questo: non abbiamo più un’economia che morde, che attira. Ma è la stessa che ci ha fatto male. Hanno molto più senso luoghi dove si cerca un dialogo non manicheo tra sviluppo e senso della vita. Sozial, il pastore, sembra vivere fuori dal tempo, in un paese fantasma che va in rovina».
Un tema di bruciante attualità per i nostri paesi. Da dove ricominciare?
«Si dice che prima o poi qualsiasi documentarista fa una scena con un pastore. Ero in mezzo al nulla di una tempesta di neve quando è arrivato il pastore, un simbolo ancestrale. Quando ci hanno visto andare a Saura gli amici kazaki hanno detto “vi occupate di una cosa che non importa a nessuno”. Noi diamo peso a quelle immagini perché abbiamo paura che ciò che è abbandonato scompaia. Ma anche i paesini trasformati in territori per turismo fanno male. E’ una cosa su cui non abbiamo voluto riflettere per 40 anni e ora improvvisiamo. I paesini del senese o dell’Umbria tutti imbellettati sono luoghi vivi? O vivono per i turisti e quando se ne vanno... ».
«C’è una generazione che vuole davvero tornare a una antica dimensione pastorale, ovviamente con tutte le migliorie?
«Se questo ci sembra sensato, se una coppia che mette a posto un casale ci piace, riflettiamo. Decidiamo: se lì passa un’idea diversa di progresso, lì dobbiamo lavorare. Il contrasto tra Astana e Sozial fa paura perché c’è soltanto il passato e l’iper futuro. E lì Sozial perderà».

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