«Inseguo i misteri nascosti tra le mura domestiche»
di Angiola Bellu
La scrittrice ha vinto il Campiello Opera prima con “Un buon posto dove stare” Racconti in cui la quotidianità familiare si tinge di inquietanti sfumature noir
4 MINUTI DI LETTURA
Il libro d’esordio di Francesca Manfredi che ha vinto il premio Campiello opera prima 2017 è una raccolta di racconti. “Un buon posto dove stare” (La Nave di Teseo) mette al centro delle brevi e intense storie narrate, la casa, intesa come luogo fisico e come ambiente familiare. Atmosfere rarefatte, attesa di qualcosa appena accennata nei dialoghi che alludono o ricordano: la scrittura di Manfredi mette in perfetta armonia i temi e la forma del suo raccontare. Il filo rosso del libro conduce il lettore dalla prima all'ultima pagina dei diversi racconti, quasi fossero i cristalli di un unico romanzo. Ne abbiamo parlato con l'autrice, già allieva della scuola Holden di Torino dove oggi tiene corsi di narrativa.
Tra i fili conduttori del suo libro mi pare ci sono il mistero e il non detto. Cosa significano per lei?
«Sono per me le cose più importanti quando devo scrivere un racconto e quando lo leggo. Sono due parti vitali. Il non detto è fondamentale nel racconto: c'è meno spazio che nel romanzo e quindi deve lavorare in profondità più che sulla distanza. Per me è molto importante dire il meno possibile: un po’ per pudore e un po’ perché credo che permetta al racconto di risonare e di espandersi, di allargarsi oltre i suoi confini».
Il “posto” dei racconti è la casa, intesa come mura ma anche come famiglia. Perché ha voluto lavorare su questa forma di intimità?
« Nei miei racconti la casa è importante sia come struttura che come metafora familiare. In realtà non è stata una scelta; ho iniziato a scrivere senza avere un obiettivo preciso. Col tempo si è delineato ed ho visto che la casa spesso rappresenta una soglia – penso alla casa dell’albero nel bosco – oppure rappresenta un punto di rottura della dimensione che il racconto ha preso fin lì. Diventa un momento di passaggio. Non sempre però è un buon posto dove stare: può diventare una gabbia per i protagonisti, dalla quale non si riesce ad uscire. Sono molto legata alle case in cui ho vissuto, anche se le ho dovute lasciare. Rimangono nel ricordo come fossero persone. La casa infine è un elemento narrativo fortemente simbolico, di grande importanza per le storie che racchiude. Ci sono personaggi – come Giorgio o il papà che sparisce – che hanno disagi esistenziali o psichici».
Cosa rappresenta per lei questo genere di disagi dal punto di vista letterario?
«È un elemento che ha a che fare con la profondità su cui si va a lavorare in un racconto, è quindi un terreno più fertile di un terreno sano. Personalmente invece mi ha sempre incuriosito la psiche umana e sono molto interessata ad indagarla».
Da dove vene la vena noir della sua scrittura?
« Credo derivi dalle letture che ho fatto fin da bambina e che faccio ancora. Sono sempre stata una grande appassionata di horror e noir; mia mamma mi leggeva le storie dell’orrore anziché le favole della buonanotte. Questo credo che si sia mescolato alle altre letture che ho fatto più avanti».
Vedo nella sua scrittura l’attesa e la sospensione e una certa solitudine presenti nei quadri del pittore Edward Hopper. Si riconosce?
« Assolutamente. Hopper è uno dei miei artisti preferiti, quindi il paragone che mi lusinga. Ho tratto, forse anche inconsciamente, l’atmosfera di quei quadri: i miei protagonisti aspettano qualcosa come i personaggi dipinti da Hopper, immersi in un’atmosfera di calma apparente, sotto la superficie c’è molto altro».
Cosa ha significato per lei avere il riconoscimento di un premio prestigioso come il Campiello?
«Sono un po’ più felice, e fiera del fatto che il mio lavoro sia stato riconosciuto. Soprattutto sono fiera del fatto che la giuria non si sia fermata davanti alla forma del racconto. In generale il racconto è poco riconosciuto rispetto al romanzo».
Come mai?
«Nella mia esperienza vedo che oggi si fa un grande lavoro sul racconto nelle scuole medie e superiori; in realtà arriva anche da lì il mio amore per il racconto. Poi questo meccanismo si inceppa. Abbiamo una forte tradizione letteraria di racconti in Italia, ma forse le case editrici vedono i romanzi più fruibili e pubblicano poche raccolte di racconti. Alla fine quindi il lettore ha meno scelta tra i racconti che tra i romanzi».
Tra i fili conduttori del suo libro mi pare ci sono il mistero e il non detto. Cosa significano per lei?
«Sono per me le cose più importanti quando devo scrivere un racconto e quando lo leggo. Sono due parti vitali. Il non detto è fondamentale nel racconto: c'è meno spazio che nel romanzo e quindi deve lavorare in profondità più che sulla distanza. Per me è molto importante dire il meno possibile: un po’ per pudore e un po’ perché credo che permetta al racconto di risonare e di espandersi, di allargarsi oltre i suoi confini».
Il “posto” dei racconti è la casa, intesa come mura ma anche come famiglia. Perché ha voluto lavorare su questa forma di intimità?
« Nei miei racconti la casa è importante sia come struttura che come metafora familiare. In realtà non è stata una scelta; ho iniziato a scrivere senza avere un obiettivo preciso. Col tempo si è delineato ed ho visto che la casa spesso rappresenta una soglia – penso alla casa dell’albero nel bosco – oppure rappresenta un punto di rottura della dimensione che il racconto ha preso fin lì. Diventa un momento di passaggio. Non sempre però è un buon posto dove stare: può diventare una gabbia per i protagonisti, dalla quale non si riesce ad uscire. Sono molto legata alle case in cui ho vissuto, anche se le ho dovute lasciare. Rimangono nel ricordo come fossero persone. La casa infine è un elemento narrativo fortemente simbolico, di grande importanza per le storie che racchiude. Ci sono personaggi – come Giorgio o il papà che sparisce – che hanno disagi esistenziali o psichici».
Cosa rappresenta per lei questo genere di disagi dal punto di vista letterario?
«È un elemento che ha a che fare con la profondità su cui si va a lavorare in un racconto, è quindi un terreno più fertile di un terreno sano. Personalmente invece mi ha sempre incuriosito la psiche umana e sono molto interessata ad indagarla».
Da dove vene la vena noir della sua scrittura?
« Credo derivi dalle letture che ho fatto fin da bambina e che faccio ancora. Sono sempre stata una grande appassionata di horror e noir; mia mamma mi leggeva le storie dell’orrore anziché le favole della buonanotte. Questo credo che si sia mescolato alle altre letture che ho fatto più avanti».
Vedo nella sua scrittura l’attesa e la sospensione e una certa solitudine presenti nei quadri del pittore Edward Hopper. Si riconosce?
« Assolutamente. Hopper è uno dei miei artisti preferiti, quindi il paragone che mi lusinga. Ho tratto, forse anche inconsciamente, l’atmosfera di quei quadri: i miei protagonisti aspettano qualcosa come i personaggi dipinti da Hopper, immersi in un’atmosfera di calma apparente, sotto la superficie c’è molto altro».
Cosa ha significato per lei avere il riconoscimento di un premio prestigioso come il Campiello?
«Sono un po’ più felice, e fiera del fatto che il mio lavoro sia stato riconosciuto. Soprattutto sono fiera del fatto che la giuria non si sia fermata davanti alla forma del racconto. In generale il racconto è poco riconosciuto rispetto al romanzo».
Come mai?
«Nella mia esperienza vedo che oggi si fa un grande lavoro sul racconto nelle scuole medie e superiori; in realtà arriva anche da lì il mio amore per il racconto. Poi questo meccanismo si inceppa. Abbiamo una forte tradizione letteraria di racconti in Italia, ma forse le case editrici vedono i romanzi più fruibili e pubblicano poche raccolte di racconti. Alla fine quindi il lettore ha meno scelta tra i racconti che tra i romanzi».
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