La Nuova Sardegna

Le storie di Amir Issaa «Dal rap al romanzo racconto la mia vita» 

di Alessandra Pigliaru
Le storie di Amir Issaa «Dal rap al romanzo racconto la mia vita» 

Il musicista romano ospite di “Leggendo metropolitano” «Vedo il razzismo ma ho fiducia: il cambiamento è in atto»

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CAGLIARI. «La strada ha per me un forte valore simbolico. È come una seconda madre da cui ho imparato moltissimo. Nel bene e nel male, tornando indietro rifarei tutto». La voce è quella decisa e tersa di Amir Issaa, classe 1978, musicista di talento che ora si misura con la scrittura di un libro appena pubblicato per Chiarelettere. Il titolo è “Vivo per questo” (250 pagine, euro 15) e ha nello sfondo Roma, sua città natale, rappresentata come una Babele metropolitana che da Via Milazzo arriva fino a Tor Pignattara per passare a Stazione Termini e ai molti luoghi che in questi anni l’autore ha frequentato e vissuto. Protagonista della cultura hip hop dagli anni Novanta e ora al centro della scena rap, Amir Issaa, oltre ad aver realizzato la colonna sonora del film “Scialla!” che gli è valsa la nomination per la colonna sonora ai David di Donatello e ai Nastri d’Argento, ha collaborato a molti progetti che portassero l’attenzione sulle cosiddette seconde generazioni, cioè figli di immigrati e rifugiati nati e cresciuti in Italia.
Giovedì 8 giugno, sarà ospite del Festival cagliaritano Leggendo Metropolitano per discutere di musica e del suo esordio come scrittore.
Come è nata l’idea di questo libro e in quanto tempo lo hai composto?
«Ho cominciato come rapper ormai da più di dieci anni, ho fatto tanti dischi e già le mie canzoni sono storie, seppure nella brevità di tre minuti e mezzo. L’utilizzo di un’altra forma creativa mi è parso in continuità, naturale, era da tempo che avevo il sogno di un libro e l’ho scritto in soli tre mesi. Portavo la mia storia dentro di me e, seppure ci siano cose riconoscibili per chi già ascolta i miei brani, vi erano delle cose che non potevano che essere dette in una narrazione più compiuta».
“Io, che ho una madre italiana, un padre egiziano che aveva tagliato i ponti con il suo paese, chi sono?”. Ebbene, che cosa ti sei risposto?
«Che sono un guerriero, in fondo combatto da quando sono bambino, nato in una situazione difficile e svantaggiata. Desidererei essere un esempio, mi sono ritagliato il mio posto con la mia arte che è stata anzitutto il rap e vorrei che chi vive e ha vissuto le mie stesse esperienze potesse riconoscersi e trovare coraggio».
In che modo questa autobiografia restituisce l’immagine della tua storia?
«All’inizio mi sono sentito stremato, come se avessi corso per centinaia di chilometri. Poi però mi sono sentito più leggero. Lavoro con le parole da tantissimo tempo, il rap è stato un passaggio fondamentale, mi ha consentito di trasformare alcune vicende che diversamente non avrei potuto raccontare. C’è una forte connessione tra il rap e la scrittura di questo libro. L’esperimento è stato anche un esercizio fisico, durante la stesura del libro sono tornato in tutte le strade che nomino, le ho ripercorse, ho rivisto tutti i luoghi di cui racconto; è stato un processo doloroso ma necessario per tirare fuori i mostri che avevo chiusi nell’armadio, li ho guardati in faccia e poi su carta».
La tua passione, come tu stesso dici a un certo punto di “Vivo per questo”, ti ha dato le ali. Cosa puoi consigliare a chi oggi è molto giovane e si trova a dover fronteggiare scelte difficili?
«Quando avevo quindici anni mia sorella portava delle musicassette a casa, in una di queste ho ascoltato il primo rap. Mi sono detto che sarei riuscito facilmente a farlo anche io, è un’arte povera che parte dal basso. Si mettono in musica parole e rime, all’inizio non parlavo di me, i contenuti erano autocelebrativi – come fanno tutti i rapper – poi quando sono diventato più grande ho cominciato a raccontare della mia vita. Anche quando faccio laboratori di rap nelle scuole, nelle carceri, nelle periferie di tante città, porto me stesso per dire che c’è un modo di sfogare la propria rabbia, di decifrarla. Fino a vent’anni io stesso sono stato molto introverso, per esempio mentivo sull’arresto di mio padre, quando ho composto la canzone “Cinque del mattino” sono riuscito a raccontare della polizia arrivata a prenderlo. Allora ero molto piccolo».
Hai vissuto il razzismo, vuoi raccontare in che modo ti misuri oggi con questo tema?
In larga parte si tratta di odio virtuale, messaggi che vengono lasciati in rete, per esempio sui social in calce ai miei post. È il cosiddetto “hate speech” di cui in tanti fanno esperienza. Credo che sia qualcosa di più ampio del razzismo, si tratta di discriminazione. Ho però un senso di fiducia verso la realtà, verso le relazioni e il conoscersi da cui nascono spesso cose bellissime.
Da sempre dai voce ai ragazzi e alle ragazze di seconda generazione, l’appello che lanciasti nel 2012 all’allora presidente Giorgio Napolitano ne è un’ulteriore conferma. Ora il tuo libro viene pubblicato alla vigilia della discussione sullo ius soli, in programma il 15 giugno alla Camera dei Deputati. Cosa ti aspetti che accada?
«In seguito a una richiesta della piattaforma di change.org che si occupa di petizioni, cinque anni fa chiedevamo il riconoscimento della cittadinanza ai tanti, ragazze e ragazzi, nati qui in Italia. C’è stata attenzione ma se devo essere sincero non mi aspetto niente dalla politica che tratta il tema in maniera altalenante, secondo periodi più o meno opportuni. Mentre il tessuto sociale è andato molto avanti, la politica sembra essere scollata dalla realtà, delle scuole, delle relazioni. A prescindere dalle leggi il cambiamento, compreso quello dell’immaginario, è in corso. Si tratterebbe di prendere atto di ciò che è già accaduto».

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