La Nuova Sardegna

Le parole di Levi sul confine tra vita e morte 

di MARCO BELPOLITI
Le parole di Levi sul confine tra vita e morte 

La lezione magistrale di Marco Belpoliti Oggi a Cagliari l’inaugurazione del festival

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ECONOMIA DOMESTICA
Nel 1952 durante una riunione del Consiglio editoriale dell’Einaudi Paolo Boringhieri propone di pubblicare presso la casa editrice torinese il libro che Cesare Pavese e Natalia Ginzburg avevano respinto nel 1946: “Se questo è un uomo” di Primo Levi. La proposta è sostenuta da Luciano Foà. Il Consiglio si dice favorevole, tuttavia Giulio Einaudi non è della medesima opinione. Il libro, afferma, non ha molte probabilità di aver successo; ha già venduto poco da De Silva, suo primo editore, e le copie rimaste, dopo la chiusura della casa editrice torinese, sono finite a Firenze dalla Nuova Italia: invendute in un magazzino. Boringhieri e Foà insistono, e finalmente convincono il resto della casa editrice. Nel luglio del 1955 viene stipulato un contratto con Levi per la riedizione del volume. Uscirà per via della crisi economica dell’Einaudi solo nel 1958, dopo che il chimico torinese ha accettato come parte del suo compenso azioni dell’editrice per 40.000 lire.
Nel frattempo Levi prepara la nuova edizione con aggiunte e cambiamenti, oltre 30 pagine in più. Non fa però avere all’Einaudi un dattiloscritto del suo libro, ma invia una copia della edizione uscita da De Silva editore nel 1947, cui acclude dei fogli dattiloscritti e delle striscioline di carta con le parti nuove. Si tratta della copia che Primo ha regalato alla moglie Lucia. Come si può vedere da una dedica fatta con una matita rossa nelle prime pagine del volume di nove anni prima. Un esempio di economia domestica?
PARTIGIANO
Questo è il primo foglio dattiloscritto che Primo Levi acclude al libro della prima edizione del 1947 di “Se questo è un uomo”. Si tratta del nuovo inizio del libro. Non comincia più con il campo di Fossoli e con i deportati ebrei: “Alla metà del febbraio ’44, gli ebrei italiani nel campo di Fossoli erano circa seicento…”, così recitava la edizione De Silva. Ora Levi parla della sua esperienza partigiana: «Ero stato catturato dalla Milizia fascista il 13 dicembre 1943 (…). Non mi era stato facile scegliere la via della montagna, e contribuire a mettere in piedi quanto, nella opinione mia e di altri amici di me poco più esperti, avrebbe dovuto diventare una banda partigiana affiliata a “Giustizia e Libertà”. La cornice iniziale del libro è completamente mutata negli anni che vanno dal 1946 al 1958, quando esce la versione accresciuta di “Se questo è un uomo” da Einaudi. La lotta partigiana entra nel libro sin dal suo esordio. Si tratta di uno dei cambiamenti sostanziali tra il libro del 1947 e quello del 1958. Sono lo stesso libro, ma non sono lo stesso libro. Nelle “Opere complete”, pubblicate ora da Einaudi, si leggono entrambi.
INQUIETUDINE
Il capitolo nuovo che Primo Levi inserisce nel libro s’intitola “Iniziazione”. Consiste di quattro fogli dattiloscritti in copia carbone posti dopo il secondo capitolo, intitolato “Sul fondo” . Con queste pagine Levi fornisce numerose informazioni sul Lager: la confusione delle lingue e Babele, i sogni, il pane come moneta, il lavatoio, il personaggio di Steinlauf. Qui per la prima volta parla in modo diretto della necessità di testimoniare: bisogna sopravvivere «per raccontare, per portare testimonianza». Così dice nel 1958, mettendo la frase in bocca al compagno di Lager. Una riflessione che appartiene dunque alla seconda edizione del libro, maturata in modo così netto nel frattempo. Prima di arrivare a questi fogli dattiloscritti Levi ha scritto e riscritto il capitolo nuovo tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, quando già pensava a una ripubblicazione del volume. Su un quaderno manoscritto esiste un diverso attacco di questo nuovo capitolo: «Dal primo mese di Lager non ricordo che un succedersi di giorni plumbei, una sensazione continua di schiacciamento, di naufragio. Mi pareva assurdo sperare di sopravvivere, e mi sembravano ridicoli e pietosi, come conati del topo, che si rigira nella trappola, i tentativi dei miei compagni più forti per migliorare la loro condizione».
La differenza con la versione scelta per la edizione Einaudi è notevole. Levi decide la presa diretta, collocando la voce narrante dentro il Lager, nel momento presente, e utilizza come tempo il presente indicativo: «Sono stato assegnato», «Io non ho sonno», «Ho troppe cose da chiedere». Nella versione scartata c’è una messa a distanza temporale e i tempi sono al passato. Resta invece il sentore di un abbattimento, uno stato depressivo, insieme a una presa di distanza dai compagni, che tentano di migliorare la propria condizione.
L’immagine del topo «che si rigira nella trappola» è efficace e rimanda ad altri topi presenti nella sua opera; ad esempio, una poesia degli ultimi anni di vita. La scelta finale è quella di un racconto in cui ciò che accade e ciò che pensa sono nello stesso tempo verbale, inscindibili. Scompare il giudizio sui compagni. Nel quaderno manoscritto c’è un’altra versione d’inizio del capitolo: «Sepolto nelle interminabili ore di lavoro sotto lo spesso strato del disagio fisico acuto, la coscienza della mia disperata condizione bruciava come un ferro rovente nei pochi minuti di rilassamento della giornata: al risveglio segnatamente, dopo la tregua clemente del sonno». Anche l’immagine del «ferro rovente» è forte, ma probabilmente il tono non lo convince del tutto. Preferisce far emerge la «disperata condizione» di ciò che accade intorno a lui e la pagina dattiloscritta, affidata a Einaudi, contiene un ritmo più veloce, rapido: il susseguirsi di cose e avvenimenti inframmezzati da riflessioni altrettanto celeri e fulminee. Più che «disperata condizione» è la parola «inquietudine» che dà il tono al brano inserito, che si legge ora nel dattiloscritto e così va in stampa.
DIGNITÀ
In questa strisciolina di carta indicata con il numero 4 c’è uno dei passi più belli di “Se questo è un uomo”, aggiunto da Primo Levi all’edizione del 1958 di Einaudi. Oggi si legge nel capitolo “Il viaggio”, e viene dopo un’altra delle frasi memorabili di Levi: «Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta». Questa frase sulla infelicità e la felicità c’era già nella edizione del 1947.
La nuova frase aggiunta è però altrettanto straordinaria. Non riguarda una considerazione d’ordine generale – Levi è anche uno psicologo, sottile e acuto –, ma quello che sta per accadere lì ad Auschwitz: «Pochi sono gli uomini che sanno andare a morte con dignità, e spesso non quelli che ti aspetteresti. Pochi sanno tacere, e rispettare il silenzio altrui». L’ha scritta a parecchia distanza di tempo dal momento in cui l’ha vissuta, e forse anche pensata. O invece la pensa ora, dieci anni dopo. Levi è sempre là, nel Lager, anche ora che scrive: non se ne distacca mai. Tuttavia la sua grande capacità è di astrarsi persino da quella condizione. O meglio, di trasformarla in una condizione assoluta, sino al punto di pensare e scrivere cose significative sulla vita umana proprio mentre sta di nuovo sul bordo della morte (quando torna al Lager con il pensiero è sull’orlo tra la vita e la morte).
Ho avuto in mano quella strisciolina di carta dove è apparsa la frase per entrare nel libro, e ho provato una commozione. Ho pensato alla fragilità della scrittura e della carta che la contiene, e insieme alla perennità che hanno le parole ben dette, le parole importanti. Un paradosso. Primo Levi è stato un uomo di paradossi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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